Le strade che non vediamo: un pericolo silenzioso per le steppe dell’Asia centrale
Quando si pensa alle minacce per gli ecosistemi naturali, la mente corre immediatamente ad autostrade, ferrovie o insediamenti urbani. Eppure esiste un’infrastruttura molto più discreta — le semplici piste sterrate, tracciate da ruote e passi nel corso di decenni — che può alterare profondamente il paesaggio, anche nelle aree più remote del pianeta. È quanto emerge da un importante studio pubblicato nel 2026 sulla rivista Biological Conservation, dedicato alla steppa dauurica, uno degli ecosistemi erbosi più estesi e preziosi dell’Asia orientale, condiviso tra Mongolia, Russia e Cina.
Cosa hanno fatto i ricercatori
Lo studio, firmato da Anastasia Kirilyuk, Akash Anand, Vadim Kirilyuk, Eduarda M.O. Silveira, Bayarbaatar Buuveibaatar e Battogtokh Nasanbat, è un caso di studio osservazionale e di modellazione che ha analizzato mezzo secolo di cambiamenti nella rete di strade sterrate informali all’interno della steppa dauurica.
Per farlo, il gruppo di ricerca ha combinato tecnologie molto diverse tra loro: da un lato, le storiche immagini satellitari Hexagon KH-9, risalenti al 1972 e originariamente prodotte per scopi militari; dall’altro, le immagini ad alta risoluzione del satellite commerciale Maxar WorldView-3, acquisite fino al 2024. Queste due fonti sono state elaborate con una rete neurale convoluzionale di tipo U-Net CNN, un algoritmo di intelligenza artificiale particolarmente efficace nel riconoscimento di strutture lineari nelle immagini aeree e satellitari.
I ricercatori hanno poi utilizzato modelli lineari misti generalizzati per capire in che misura fattori come l’accessibilità del territorio, la rugosità del terreno e il contesto nazionale abbiano influenzato lo sviluppo di queste reti viarie informali.
I risultati: una frammentazione raddoppiata
I dati emersi sono eloquenti. Nell’arco dei cinquant’anni esaminati, la densità assoluta e media delle strade sterrate è circa raddoppiata nell’area di studio. L’estensione complessiva delle piste è aumentata di circa 0,6 punti percentuali, mentre l’intensità del traffico viario — indicatore di quanto i corridoi esistenti siano stati ulteriormente sfruttati — è cresciuta di circa il 68%. Questo suggerisce non solo la creazione di nuove piste, ma una vera e propria intensificazione dell’uso di quelle già esistenti.
I tre paesi mostrano dinamiche diverse:
- Cina: ha registrato la più marcata espansione della rete viaria sterrata.
- Mongolia: si è dimostrata la più stabile, con variazioni relativamente contenute.
- Russia: ha subito una significativa riorganizzazione spaziale, con spostamenti e ridistribuzione delle piste nel territorio.
La frammentazione del paesaggio si è intensificata in tutte le aree studiate: il numero di frammenti di habitat è aumentato, la loro dimensione media si è ridotta e la densità dei margini — quei confini artificiali tra zone intatte e zone perturbate — è cresciuta. Si tratta di segnali classici di un ecosistema sotto pressione crescente.
Le aree protette non sono al riparo
Uno degli aspetti più preoccupanti dello studio riguarda proprio le aree protette. Le strade sterrate sono presenti in modo diffuso anche all’interno dei confini delle riserve naturali, sebbene con intensità variabile. Le aree a protezione più rigorosa mostrano le densità più basse, mentre le zone tampone — quelle fasce di transizione che dovrebbero attenuare le pressioni esterne — registrano paradossalmente le densità più elevate.
Le strade sterrate causano frammentazione persistente e diffusa anche nei paesaggi protetti e scarsamente sviluppati, ma sono in gran parte ignorate dalle analisi su larga scala dell’impronta umana.
Il punto cieco dei dati aperti
Lo studio rivela un altro problema di grande rilevanza per chi si occupa di pianificazione territoriale e conservazione: i principali dataset stradali open-access — quelli comunemente usati nelle analisi globali — riescono a catturare soltanto tra il 4% e il 20% delle piste sterrate effettivamente presenti sul territorio. Si tratta di una lacuna enorme, che significa che la stragrande maggioranza di queste infrastrutture è sostanzialmente invisibile agli strumenti di monitoraggio convenzionali.
Questo non è un dettaglio tecnico marginale: significa che le valutazioni dell’impronta umana sul pianeta, così come i piani di gestione delle aree naturali, potrebbero sistematicamente sottostimare il reale grado di disturbo antropico in ecosistemi apparentemente intatti.
Perché questo studio conta per noi
La steppa dauurica è un paesaggio di straordinaria vastità e bellezza, un mare d’erba che ospita grandi ungulati migratori, rapaci e una biodiversità raramente valorizzata quanto meriterebbe. Ma le lezioni di questo studio vanno ben oltre la regione analizzata. Ovunque esistano paesaggi rurali, pascoli, aree di montagna o foreste percorse da piste informali — e in Italia ne conosciamo molte — il rischio di una frammentazione silenziosa e sottostimata è reale.
I ricercatori concludono con una raccomandazione chiara: mappare tutta l’infrastruttura, comprese le strade sterrate informali, è una condizione necessaria per una pianificazione conservazionistica efficace. La visibilità è il primo passo verso la protezione.
Finanziamento della ricerca
I metadati della pubblicazione non riportano un finanziatore per questo studio. Ciò non significa che la ricerca sia stata condotta senza finanziamenti: la disponibilità e la dichiarazione di questo dato variano da rivista a rivista e da submission a submission.
Fonte
Anastasia Kirilyuk, Akash Anand, Vadim Kirilyuk, Eduarda M.O. Silveira, Bayarbaatar Buuveibaatar, Battogtokh Nasanbat (2026). Dirt road density increased markedly since the 1970s in the Daurian grasslands. Biological Conservation. DOI: 10.1016/j.biocon.2026.112127 — accesso aperto
Finanziamento: i metadati della pubblicazione non riportano un finanziatore. L’assenza del dato non implica assenza di finanziamento.
Questo articolo sintetizza uno studio accademico peer-reviewed. Tutti i dati riportati provengono dalla pubblicazione originale, consultabile al DOI indicato.
Foto di Eric Prouzet su Pexels
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