C’è un movimento silenzioso che sta letteralmente rompendo il cemento delle nostre città per restituirlo alla terra. Si chiama depaving — letteralmente ‘de-asfaltatura’ — e in Italia sta trovando spazio in una manciata di comuni pionieri che hanno deciso di invertire decenni di impermeabilizzazione del suolo urbano con un approccio radicale quanto efficace: togliere, invece di aggiungere.
Il principio è semplice ma rivoluzionario nel contesto della progettazione paesaggistica contemporanea. Aree di parcheggio dismesse, cortili scolastici cementati, vicoli abbandonati vengono privati del loro manto artificiale e riprogettati con combinazioni di suolo vivo, ghiaia permeabile e specie vegetali a bassa manutenzione. Il risultato, misurato con dati sempre più precisi, è sorprendente: secondo uno studio pubblicato nel 2025 da Urban Climate su sedici quartieri europei sottoposti a interventi di depaving tra il 2018 e il 2023, la temperatura superficiale locale si è ridotta in media di 7,8°C durante le ondate di calore estive, con picchi di abbattimento fino a 11°C nelle aree con copertura vegetale superiore al 60%.
In Italia, il Comune di Padova ha avviato nel 2024 un progetto pilota nel quartiere Arcella — uno dei più densamente costruiti della città — rimuovendo oltre 4.200 metri quadrati di asfalto in tre lotti sperimentali. I paesaggisti incaricati hanno adottato un protocollo ibrido: pavimentazione drenante in pietra calcarea locale, fascia arbustiva con specie autoctone come il corniolo (Cornus mas) e il ligustro selvatico, e un sistema di micro-avvallamenti topografici per gestire le acque meteoriche senza infrastrutture grigie aggiuntive. I primi monitoraggi, presentati a maggio 2026 alla conferenza IAQ di Bologna, mostrano un aumento della biodiversità entomologica del 34% rispetto alle aree di controllo.
Ma il depaving non è solo una questione termica o ecologica: è anche una scelta culturale. Riprogettare lo spazio pubblico sottraendo superficie impermeabile significa ridefinire la gerarchia tra automobile e vita urbana, tra efficienza logistica e qualità ambientale. I paesaggisti più avanzati parlano oggi di ‘landscape subtraction’ — la sottrazione come atto progettuale — in contrapposizione alla tradizione occidentale che ha sempre visto il progetto come aggiunta di elementi al territorio.
Il dato che dovrebbe far riflettere ogni amministratore italiano è questo: il 56% delle superfici urbane nazionali è ancora impermeabilizzato, una delle percentuali più alte dell’Europa occidentale. Ogni metro quadrato di asfalto che restituiamo alla terra è un investimento che lavora in silenzio per noi, stagione dopo stagione, senza consumare energia e senza richiedere manutenzione. Il paesaggio del futuro non si costruisce: si libera.
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