La luce che galleggia sull’acqua: come i pannelli fotovoltaici galleggianti sui bacini irrigui padani stanno moltiplicando la resa per due senza consumare un metro di suolo agricolo

C’è una superficie specchiante che nessuno guarda dall’alto e che sta silenziamente riscrivendo l’equazione energetica della Pianura Padana. Si chiama agrivoltaico galleggiante — floating photovoltaic, nel lessico tecnico — e nei bacini di raccolta idrica disseminati tra Mantova, Cremona e Ferrara sta dimostrando qualcosa che i modelli teorici promettevano da anni ma che la pratica italiana faticava a confermare: installare pannelli solari sulla superficie di invasi e canaux irrigui non solo produce elettricità pulita, ma riduce l’evaporazione dell’acqua sottostante fino al 30%, restituendo al comparto agricolo una risorsa idrica preziosa proprio nelle stagioni più critiche.

Il progetto pilota più avanzato in Italia — avviato nel 2024 su un bacino da 18 ettari in provincia di Mantova in collaborazione tra il Consorzio di Bonifica Terre dei Gonzaga e il Politecnico di Milano — ha registrato nei primi dodici mesi di esercizio una produzione di 9,4 GWh, sufficiente ad alimentare circa 3.200 famiglie, con un fattore di capacità superiore del 12% rispetto agli impianti a terra della stessa latitudine. Il motivo è fisico prima che ingegneristico: l’acqua raffredda i moduli fotovoltaici, abbassandone la temperatura operativa e aumentando l’efficienza di conversione, in un ciclo mutualistico che nessuna installazione terrestre può replicare.

Ma l’aspetto più significativo non è meramente energetico. In una regione dove la siccità estiva ha ridotto le portate del Po a minimi storici per tre anni consecutivi tra il 2022 e il 2024, ogni metro cubo d’acqua non evaporato vale quanto l’energia che lo stesso pannello produce. I tecnici del consorzio mantovano stimano che i 18 ettari coperti risparmino circa 50.000 metri cubi d’acqua all’anno — equivalenti al fabbisogno irriguo di 120 ettari di mais in giugno.

La sfida ora è scalare. L’Italia dispone di oltre 11.000 invasi artificiali censiti, per una superficie complessiva stimata intorno ai 160.000 ettari. Anche coprire solo il 10% di quella superficie con impianti floating significherebbe aggiungere alla rete circa 8 GW di potenza installata, senza sottrarre un solo metro quadro di terra coltivabile, senza deturpare paesaggi, senza innescare i conflitti sociali che frenano le grandi installazioni a terra.

I regolamenti autorizzativi restano il collo di bottiglia principale: la normativa italiana classifica ancora questi impianti in modo ambiguo, allungando i tempi di approvazione fino a tre anni. Eppure il cielo si riflette già nell’acqua, e quella luce non aspetta i decreti ministeriali.

Foto di Afiq Danial su Pexels

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