La foresta sommersa che stiamo distruggendo con un’ancora: la crisi silenziosa della Posidonia oceanica italiana

C’è una foresta sotto il nostro mare. Non è fatta di alberi, ma di foglie nastriformi che ondeggiano lente tra i 0 e i 40 metri di profondità: si chiama Posidonia oceanica ed è una delle architetture biologiche più straordinarie — e più maltrattate — del Pianeta. Non è un’alga, come in molti credono, ma una vera pianta angiosperma, endemica del Mediterraneo, con radici, foglie, fiori e frutti. Le sue praterie costituiscono uno degli ecosistemi più produttivi e longevi della Terra: producono ossigeno, proteggono le coste dall’erosione, fungono da nursery per decine di specie ittiche commerciali e sequestrano anidride carbonica in quantità paragonabili alle foreste terrestri.

I numeri raccontano una grandezza difficile da immaginare. Le praterie mediterranee di Posidonia immagazzinano complessivamente circa 540 milioni di tonnellate di carbonio, l’equivalente delle emissioni annuali di 430 milioni di automobili. Eppure questo ecosistema-sentinella è in regressione continua lungo tutte le coste del Mediterraneo. Nel solo 2024, secondo il report del WWF presentato alla UN Ocean Conference, oltre 50.000 ettari di Posidonia — equivalenti a 70.000 campi da calcio — sono stati danneggiati, per una perdita di servizi ecosistemici stimata in oltre 4 miliardi di euro l’anno.

Il principale imputato? L’ancora delle barche. Un’ancora che ara il fondale crea ferite che la natura impiega oltre 100 anni a rimarginare. E l’Italia, in questo triste primato, detiene la maglia nera europea per i danni da ancoraggio. In risposta, il WWF Italia ha presentato al Senato una proposta di emendamenti al DDL sulla valorizzazione della risorsa mare, chiedendo il divieto esplicito di ancoraggio sugli habitat protetti. Senza questa misura, avverte il WWF, qualsiasi sforzo di tutela rischia di restare lettera morta.

La scienza, nel frattempo, reagisce. Il progetto europeo LIFE SeaForest, concluso nel dicembre 2025 e condotto da ISPRA insieme a CNR e tre Parchi Nazionali — Asinara, Arcipelago de La Maddalena e Cilento — ha prodotto oltre 100 aree di praterie ripristinate e più di 1.300 talee trapiantate, mettendo a punto anche un protocollo per la quantificazione del carbonio sequestrato. Parallelamente, la missione internazionale Posidonia Connect 2026 — a bordo di un catamarano a zero emissioni — ha monitorato le praterie nelle Aree Marine Protette della Sardegna e del Golfo di Napoli, costruendo una rete di osservazione a scala mediterranea. Il progetto PNRR Marine Ecosystem Restoration, finanziato con 400 milioni di euro di fondi Next Generation EU, ha avviato la prima mappatura nazionale ad alta risoluzione degli habitat costieri italiani, con quasi 40 milioni di euro destinati specificamente alla Posidonia come ecosistema di riferimento.

La sfida è chiara: un ecosistema che imppiega millenni a formarsi può essere cancellato da un’ancora in pochi minuti. Proteggerlo non è solo un atto di responsabilità ecologica — è la condizione minima per non ereditare un Mediterraneo muto.

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