Il mare che ricorda i delfini: come le rotte dei cetacei nel Tirreno stanno rivelando la salute nascosta degli ecosistemi pelagici mediterranei

C’è un archivio biologico che nessun laboratorio ha costruito deliberatamente, eppure funziona da decenni con una precisione straordinaria: sono le rotte migratorie dei cetacei nel Tirreno centro-settentrionale. Ogni anno, tra luglio e settembre, capodogli, balenottere comuni e tursiopi percorrono corridoi marini che gli oceanografi stanno imparando a leggere come se fossero elettrocardiogrammi dell’oceano. E quello che stanno registrando, nel 2026, non è rassicurante.

Uno studio pubblicato lo scorso marzo sul Journal of Marine Systems, condotto in collaborazione tra l’ISPRA e il Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università di Siena, ha analizzato 14 anni di avvistamenti sistematici nell’area del Santuario Pelagos — la zona di protezione marina che abbraccia 87.500 chilometri quadrati tra Liguria, Toscana, Sardegna e le coste francesi e monegasche. Il risultato è inequivocabile: le concentrazioni di cetacei nelle aree storicamente ricche di krill e piccoli pelagici si sono spostate verso nord di circa 40 chilometri rispetto alla baseline del 2010, seguendo lo spostamento delle termocline stagionali causato dall’innalzamento delle temperature superficiali del Mediterraneo.

Questo slittamento non è soltanto un dato geografico: è un segnale di cascata trofica. I cetacei non si muovono per capriccio, si muovono dove c’è cibo. E il cibo si muove dove c’è la giusta stratificazione termica delle acque, dove il fitoplancton prolifera, dove lo zooplancton si concentra. Quando i grandi predatori cambiano rotta, tutta la piramide alimentare sottostante si è già spostata. I delfini, in questo senso, sono indicatori di ecosistema di una sensibilità che nessun satellite può eguagliare.

Il problema è che il Santuario Pelagos, istituito nel 1999 e riconosciuto come area marina protetta internazionale, non dispone ancora di un sistema di monitoraggio acustico passivo permanente capace di tracciare i movimenti notturni — quando avvengono oltre il 60% delle emersioni di capodoglio. Il progetto MedSONet, finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito di Horizon Europe, prevede l’installazione di 18 idrofoni distribuiti sul fondale entro il 2027, ma i fondi per la fase operativa sono ancora parzialmente bloccati in iter burocratici nazionali.

Tutelare la biodiversità marina non significa proteggere le singole specie come reperti di museo: significa preservare le relazioni invisibili che le tengono in vita. I delfini del Tirreno non stanno chiedendo di essere salvati — stanno cercando di dirci qualcosa, e sarebbe imperdonabile non ascoltarli.

Foto di Francesco Ungaro su Pexels

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