Il lichene che legge il tempo: perché questi organismi dimenticati sono i migliori indicatori biologici della crisi ecologica italiana

Crescono a millimetri l’anno. Alcuni esemplari che oggi ricoprono le rocce dolomitiche hanno iniziato la loro vita prima della caduta dell’Impero Romano. Eppure i licheni — organismi doppi, né pianta né fungo ma un’alleanza simbiotica straordinaria tra funghi e alghe — sono quasi completamente assenti dal dibattito sulla biodiversità italiana, nonostante la scienza li indichi da decenni come i bioindicatori più affidabili della salute degli ecosistemi.

Un rapporto dell’ISPRA del 2025, rimasto sorprendentemente sottotraccia nel dibattito pubblico, ha documentato che il 34% delle specie licheniche presenti in Italia negli anni Settanta non è più rilevabile nei siti di monitoraggio originali. Non si tratta di specie esotiche o marginali: parliamo di organismi che per secoli hanno colonizzato cortecce, pietraie e pareti rocciose alpine, fungendo da sentinelle silenziose della qualità dell’aria, dell’umidità atmosferica e dell’integrità chimica del suolo.

I licheni sono impossibili da ingannare. Non hanno radici da cui estrarre acqua, non hanno cuticole cerosas che filtrano l’assorbimento atmosferico: prelevano minerali, acqua e gas direttamente dall’aria. Questo li rende vulnerabili a concentrazioni di biossido di azoto, ozono troposferico e metalli pesanti che strumenti elettronici da centinaia di migliaia di euro faticano a rilevare con la stessa granularità spaziale. Una singola transetto lichenica lungo un versante alpino racconta in modo leggibile decenni di qualità dell’aria locale.

Il caso delle Alpi Marittime è emblematico. Ricercatori dell’Università di Torino hanno mappato tra il 2022 e il 2024 la distribuzione di Lobaria pulmonaria — specie iconica, sensibilissima — scoprendo una contrazione dell’areale del 22% rispetto alle rilevazioni degli anni Novanta. Non per deforestazione diretta, ma per la combinazione di siccità estiva prolungata e riduzione degli episodi di nebbia montana: quel microclima umido e stabile che i licheni richiedono e che il riscaldamento climatico sta sistematicamente erodendo.

La paradossale ironia è che mentre investiamo in tecnologie satellitari per monitorare la copertura forestale, stiamo perdendo i monitor biologici più economici, precisi e storicamente profondi che la natura abbia mai prodotto. Basterebbero reti di monitoraggio lichenico sistematico — relativamente poco costose — per ottenere mappe in tempo reale della qualità ecologica di interi territori.

Un ecosistema che perde i suoi licheni non sta perdendo decorazioni rupestri: sta perdendo la propria memoria biologica. E una natura senza memoria non sa più dove sta andando.

Foto di wal_ 172619 su Pexels

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