Il fungo che connette le foreste: come le reti micorriziche sotterranee delle faggete appenniniche stanno rivelando la memoria biologica degli ecosistemi antichi

Sotto i faggi del Parco Nazionale della Majella, a profondità che non superano i trenta centimetri dal suolo, esiste una rete di comunicazione più antica di qualsiasi tecnologia umana. Le reti micorriziche — intreccio simbiotico tra funghi e radici — non trasportano soltanto nutrienti: archiviano informazioni biologiche che raccontano secoli di adattamento climatico, stress idrico, patogeni sconfitti. Una scoperta che sta riscrivendo il modo in cui gli ecologi italiani concepiscono la tutela della biodiversità forestale.

Uno studio pubblicato nel 2025 dal team del Dipartimento di Biologia Ambientale della Sapienza, condotto su diciassette faggete appenniniche tra Abruzzo e Molise, ha rilevato che gli alberi maturi collegati attivamente alla rete micorrizica mostrano una sopravvivenza agli stress termici estivi superiore del 38% rispetto agli esemplari isolati o appartenenti a popolamenti monospecifici impoveriti. Non è un dato trascurabile: le faggete italiane coprono circa 1,1 milioni di ettari e rappresentano uno degli ecosistemi forestali temperati più vulnerabili all’innalzamento delle temperature nel bacino mediterraneo.

Ciò che rende questa scoperta particolarmente rilevante è la dimensione temporale del fenomeno. Le reti micorriziche delle faggete più antiche — alcune con alberi pluricentenari — sembrano conservare tracce biochimiche degli stress climatici passati, trasmettendo ai giovani germogli una sorta di immunità appresa. Gli ecologi parlano già di “memoria epigenetica fungina”, un concetto che fino a pochi anni fa apparteneva alla fantascienza applicata alla botanica.

Il problema è che questa memoria è fragile. La distruzione anche parziale dello strato di lettiera — attraverso incendi, pascolo intensivo o semplici interventi selvicolturali mal calibrati — può spezzare la rete in modo irreversibile nel giro di una sola stagione vegetativa. Nelle aree appenniniche dove il bosco è stato soggetto a tagli raso negli anni Novanta, le reti micorriziche risultano ancora frammentate e funzionalmente impoverite dopo tre decenni.

La conseguenza pratica è dirompente per le politiche forestali italiane: proteggere la biodiversità non significa soltanto censire le specie visibili, ma custodire l’invisibile architettura sotterranea che le tiene in vita. Alcuni parchi nazionali stanno già sperimentando protocolli di “no-disturbance zones” attorno agli alberi madre, quelli con le connessioni micorriziche più estese, trattandoli come infrastrutture ecologiche irripetibili.

Le foreste non sono una somma di alberi. Sono conversazioni millenarie che noi, distrattamente, continuiamo a interrompere.

Foto di Robin Godefridi su Pexels

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