Il calore che scalda due volte: come le pompe di calore geotermiche a bassa entalpia stanno silenziando le caldaie dei borghi appenninici

C’è una temperatura che non cambia mai. A circa dieci metri di profondità, indipendentemente da ciò che accade in superficie — siccità, ondate di calore, gelate tardive — il sottosuolo italiano mantiene costantemente tra i 12 e i 16 gradi Celsius. È una riserva termica dimenticata, presente sotto ogni campo, ogni corte, ogni piazza di paese. E oggi, grazie a una tecnologia matura ma ancora largamente ignorata dalla politica energetica nazionale, questa stabilità sta diventando il cuore pulsante di un modello di riscaldamento che sovverte la dipendenza dal gas.

Le pompe di calore geotermiche a bassa entalpia — che sfruttano cioè il calore del sottosuolo superficiale e non le sorgenti idrotermali profonde, accessibili solo in aree vulcaniche — non richiedono geologie particolari. Funzionano ovunque, con sonde verticali che scendono tra i 50 e i 150 metri o con circuiti orizzontali a poca profondità. Per ogni kilowattora di energia elettrica consumata, restituiscono mediamente 4,5 kilowattora di calore: un coefficiente di prestazione (COP) che nessun impianto a gas può avvicinare.

Il caso di Castiglione dei Pepoli, comune appenninico della città metropolitana di Bologna, è diventato negli ultimi mesi un riferimento discreto ma potente. Il Comune ha avviato nel 2024 una riqualificazione energetica profonda di tre edifici pubblici — la scuola media, il municipio e la palestra comunale — installando un sistema di geotermia a sonde verticali collegato a una rete di teleriscaldamento locale. Il risparmio energetico misurato nel primo anno di esercizio completo ha superato il 61% rispetto al precedente impianto a metano, con emissioni di CO₂ praticamente azzerate grazie all’alimentazione elettrica proveniente interamente da fotovoltaico comunale.

Ciò che rende questo modello straordinariamente replicabile è la sua scalabilità verso il basso: non serve una grande città, non serve un distretto industriale. Bastano tre o quattro edifici contigui per rendere economicamente sostenibile la perforazione delle sonde e la gestione condivisa dell’impianto. I borghi appenninici, spesso penalizzati dall’isolamento e dall’inefficienza delle reti del gas, diventano paradossalmente i candidati ideali.

Secondo una stima dell’ENEA pubblicata nel gennaio 2026, se solo il 15% dei comuni italiani sotto i 5.000 abitanti adottasse sistemi di geotermia a bassa entalpia per i propri edifici pubblici, si eviterebbero ogni anno 2,3 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente — più dell’intera impronta carbonica annuale della città di Palermo.

Il calore che cerchiamo non è nel gas che arriva da lontano. È già sotto i nostri piedi, fermo, paziente, e non chiede nulla in cambio.

Foto di Ahmed Sadeq su Pexels

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