Il calore che dorme sotto i borghi: come la geotermia a bassa entalpia sta riscaldando i centri storici appenninici senza trivellare un metro di roccia vulcanica

C’è una rivoluzione silenziosa che avanza sotto i selciati medievali di decine di borghi italiani. Non ha nulla a che fare con i geyser della Toscana o con le caldere vulcaniche di Pozzuoli. Si chiama geotermia a bassa entalpia, sfrutta temperature comprese tra 10 e 25 gradi Celsius che il sottosuolo mantiene costanti tutto l’anno, e nel 2025 ha superato per la prima volta in Italia i 1.200 impianti attivi in contesti urbani storici, secondo i dati del Gestore dei Servizi Energetici.

Il caso più studiato in questo momento è quello di Bobbio, in Val Trebbia, provincia di Piacenza. Un borgo di tremila abitanti incastonato tra le rocce calcaree dell’Appennino ligure-emiliano, dove nel 2024 è entrato a regime un sistema di pompe di calore geotermiche a circuito chiuso che alimenta il riscaldamento di sedici edifici pubblici, tra cui il municipio trecentesco e le scuole elementari. Il risparmio misurato dopo dodici mesi di esercizio è stato di 187 tonnellate di CO₂ equivalente annue, con una riduzione della bolletta energetica comunale del 61% rispetto al gasolio che alimentava le vecchie caldaie.

La tecnologia, apparentemente semplice, è in realtà il risultato di una sofisticata lettura geologica del sottosuolo. Le sonde geotermiche verticali, inserite a profondità tra i 100 e i 150 metri attraverso perforazioni del diametro di pochi centimetri, scambiano calore con la roccia senza prelevare fluidi e senza alterare la stratigrafia. Questo le rende compatibili con i vincoli paesaggistici e architettonici che proteggono i centri storici italiani, storicamente esclusi dagli interventi di efficienza energetica più invasivi.

Ciò che rende questo approccio particolarmente interessante per il futuro della transizione energetica italiana è la sua scalabilità verso il basso: non richiede grandi investimenti infrastrutturali centralizzati, può essere implementato edificio per edificio o in piccole reti di quartiere, e si integra naturalmente con le pompe di calore elettriche alimentate da rinnovabili. Il Politecnico di Milano stima che i borghi appenninici con popolazione tra mille e cinquemila abitanti — oltre novecento in tutta Italia — potrebbero coprire tra il 70 e l’80% del proprio fabbisogno termico con questa tecnologia entro il 2035, a condizione che vengano sbloccati i finanziamenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza attualmente fermi in revisione tecnica.

La più grande riserva di calore pulito d’Europa non sta nelle pianure olandesi né nei fiordi islandesi. Sta esattamente a cento metri sotto i tuoi piedi, in qualunque borgo italiano tu stia leggendo questo articolo.

Foto di David Elvar Masson su Pexels

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