C’è un dato che avrebbe dovuto fare molto più rumore. Nel 2025, per la prima volta dopo anni di crescita quasi ininterrotta, la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili in Italia è calata dell’1,5%. In parallelo, il termoelettrico è tornato a crescere del 5,2%, trascinando verso l’alto la produzione complessiva del Paese. È la fotografia impietosa scattata dalla Relazione Annuale dell’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA), presentata alla Camera il 1° luglio 2026. Un’istantanea che racconta molto di più di un semplice rimbalzo statistico.
Nel dettaglio, la generazione da gas naturale è balzata del 7% e quella fotovoltaica del 25%, ma l’idroelettrico ha subito un crollo del 21% e l’eolico ha ceduto il 3%. Il risultato complessivo è che le rinnovabili coprono ancora il 48% del mix produttivo nazionale, ma su base decrescente. E mentre l’Italia rallentava, il prezzo all’ingrosso dell’elettricità — il PUN — si attestava a 115,9 euro per MWh, in aumento del 7% rispetto al 2024: il più alto tra le principali borse europee, quasi il doppio rispetto a Francia (61,1 €/MWh) e Spagna (65,3 €/MWh). Il conto lo pagano famiglie e imprese: le bollette domestiche italiane restano superiori del 13% alla media dell’area euro, quelle per i clienti non domestici addirittura del 24,1%.
La ragione è strutturale, come spiega lo stesso presidente di ARERA Nicola Dell’Acqua: la dipendenza dal gas rende il sistema elettrico italiano cronicamente esposto alla volatilità dei mercati internazionali. Il GNL importato è cresciuto del 44% in un solo anno, e i flussi dagli Stati Uniti sono raddoppiati. Ogni conflitto geopolitico, ogni tensione sui mercati energetici mondiali, si riflette direttamente sulla bolletta degli italiani.
È in questo contesto che il decreto FER-X definitivo, firmato dal Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica il 18 giugno 2026, assume un significato che va ben oltre la normale burocrazia incentivante. Il provvedimento — approvato dalla Commissione Europea l’8 giugno dopo mesi di attesa — stanzia circa 23 miliardi di euro e apre a un contingente massimo di 37,15 GW di nuova capacità rinnovabile entro il 2030, divisi tra 10 GW ad accesso diretto per impianti fino a 1 MW e 27,15 GW destinati alle procedure competitive d’asta per impianti di grande taglia. Il meccanismo si basa su contratti per differenza bidirezionali della durata di 20 anni: quando il prezzo di mercato scende sotto la soglia garantita, lo Stato integra la differenza; quando sale sopra, sono i produttori a restituirla. Un sistema pensato per dare certezza agli investitori e proteggere il sistema dalla sovrapproduzione.
Non si tratta di una misura emergenziale: al contrario, il FER-X definitivo prende il testimone dal precedente regime transitorio — nato per fronteggiare la crisi energetica post-ucraina — per trasformarsi in uno strumento strutturale valido fino al 31 dicembre 2030, coerente con il Clean Industrial Deal europeo e il Net-Zero Industry Act. La prima asta per i grandi impianti è attesa per l’autunno 2026, mentre le regole operative del GSE sono ancora in corso di definizione.
Il nodo però resta tutto nella velocità di esecuzione. A gennaio 2026 risultavano in fase di valutazione ambientale 1.781 progetti rinnovabili, di cui 1.234 ancora in attesa di conclusione istruttoria. Il 70% dei progetti utility-scale è ancora bloccato nelle fasi autorizzative. I miliardi ci sono, la tecnologia c’è, la volontà normativa anche. Ma se i cantieri non aprono, le bollette non scendono — e l’Italia continuerà a pagare in euro la sua dipendenza dal gas, un kWh alla volta.
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