Funghi micorrizici e foreste: la rete invisibile sotto i nostri piedi che decide la sopravvivenza degli alberi

Sotto ogni foresta italiana esiste un internet biologico di cui raramente sentiamo parlare: la rete micorrizica, un intreccio simbiotico tra funghi e radici vegetali che governa silenziosamente la distribuzione di nutrienti, acqua e persino segnali chimici di allarme tra gli alberi. Eppure, questa infrastruttura vivente è oggi tra le più minacciate dall’alterazione degli ecosistemi — e la sua perdita potrebbe compromettere la resilienza delle foreste europee molto prima di quanto i modelli climatici abbiano previsto.

Uno studio pubblicato nel 2024 su Nature Ecology & Evolution ha analizzato 1,2 milioni di campioni di suolo provenienti da 70 Paesi, rivelando che oltre il 60% delle specie fungine micorriziche arbuscolari — quelle che colonizzano le radici di piante erbacee e arboree — risultano in declino nelle aree soggette a intensificazione agricola e frammentazione forestale. In Italia, le foreste appenniniche e quelle alpine di faggio e abete mostrano segnali preoccupanti: la diversità micotica del suolo in zone tampone tra bosco e aree coltivate si è ridotta in media del 34% rispetto alle aree interne protette.

Il meccanismo è sottile ma devastante. Le reti micorriziche permettono agli alberi adulti — i cosiddetti “hub trees” o alberi madre — di trasferire carbonio e fosforo verso le piante più giovani e deboli, favorendo la rigenerazione naturale del bosco. Quando la rete si interrompe, per aratura profonda, uso di fungicidi sistemici o semplicemente per la scomparsa di specie fungine chiave, gli alberi giovani perdono il loro sistema di sostegno. Il tasso di sopravvivenza delle plantule di faggio, in assenza di connessioni micorriziche funzionali, crolla fino all’80% in meno rispetto alle condizioni integre.

Alcune regioni italiane stanno reagendo. In Trentino-Alto Adige, il progetto MicoAlp — avviato in collaborazione tra la Fondazione Edmund Mach e l’Università di Trento — sta mappando le comunità fungine sotterranee nei boschi di rimboschimento per identificare le specie inoculanti prioritarie da reintrodurre nei vivai forestali. L’obiettivo è creare piantine “pre-connesse” alla rete micorrizica locale prima della messa a dimora, aumentando la resilienza degli impianti di restauro ecologico.

La tutela della biodiversità non può più limitarsi a ciò che vediamo: specie carismatiche, habitat visibili, paesaggi iconici. Il futuro delle nostre foreste si gioca nel buio del suolo, a pochi centimetri dalla superficie, in un dialogo chimico tra radici e filamenti che la scienza ha appena iniziato a decifrare.

Proteggere la biodiversità significa imparare prima di tutto ad ascoltare ciò che non si vede.

Foto di Toni Seyfert su Pexels

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