Oltre la vista: il limite dell’architettura oculocentrica
La storia della rappresentazione architettonica è dominata dalla visione. I disegni ortografici, le fotografie statiche, i render tridimensionali: tutti questi strumenti condividono una stessa logica selettiva, quella di privilegiare la chiarezza visiva a scapito delle dimensioni corporee e sensoriali dell’esperienza spaziale. Uno studio pubblicato nel 2026 sulla rivista Archnet-IJAR: International Journal of Architectural Research (DOI: 10.1108/arch-04-2026-0320), a firma di Cunningham e Seo, affronta direttamente questo squilibrio e propone uno strumento metodologico inedito per misurare e rappresentare la percezione multisensoriale in architettura.
La tesi di partenza è esplicita: con l’avanzare della tecnologia, l’architettura è diventata progressivamente oculocentrica, riducendo gli edifici a forme visivamente d’impatto ma sensorialmente distaccate. La ricerca si propone di correggere questa deriva introducendo un sistema di rappresentazione che catturi le dimensioni percettive e temporali dell’esperienza spaziale.
Il caso-studio: chiese barocche e moderniste
Per testare il metodo proposto, gli autori hanno scelto le chiese come tipologia architettonica di riferimento, motivando la scelta con la loro continuità nell’emisfero occidentale nell’arco di millenni. Il confronto si concentra su due periodi progettuali distinti: il Barocco e il Modernismo, selezionati per verificare l’ipotesi di un progressivo spostamento verso una cultura architettonica dominata dalla vista nel corso del tempo.
Si tratta di uno studio comparativo di tipo osservazionale e analitico, non di un esperimento controllato con campione umano. La ricerca opera sull’analisi formale degli spazi costruiti, astraendo le caratteristiche geometriche e percettive degli edifici attraverso un framework quantitativo originale.
La “pressione spaziale” e la teoria dello spazio vuoto
Il nucleo teorico del metodo si fonda sulla rielaborazione della teoria dello spazio vuoto del teorico dell’architettura Luigi Moretti. A partire da questo riferimento, gli autori introducono il concetto di pressione spaziale: l’influenza percettiva esercitata dalla forma architettonica sul corpo che si muove nello spazio. La pressione spaziale non è una grandezza fisica in senso stretto, ma una misura della relazione tra configurazione spaziale e percezione corporea del navigante.
Questo concetto viene poi operazionalizzato attraverso l’astrazione dello spazio negativo percepito, producendo sequenze visive denominate dagli autori “building barcodes” — letteralmente, codici a barre degli edifici. Ogni codice a barre rappresenta la sequenza temporale del dispiegarsi della percezione sensoriale durante la progressione attraverso uno spazio architettonico.
Cosa rivelano i codici a barre
L’analisi comparativa condotta attraverso i building barcodes porta a risultati che gli autori descrivono in termini qualitativi e di tendenza, senza esprimere valori numerici assoluti. Le evidenze principali sono le seguenti:
- La vista rimane la modalità sensoriale dominante in entrambi i periodi analizzati.
- Le chiese moderniste mostrano uno spostamento misurabile verso l’idiosincrasia dei singoli architetti nella progettazione della sequenza spaziale, con soluzioni altamente individuali.
- Le chiese barocche, al contrario, si caratterizzano per un’enfasi su una grammatica spaziale canonica, orientata a produrre una pressione spaziale drammatica ma regolata, e un’immersione luminosa collettiva.
Il quadro interpretativo che emerge descrive un’evoluzione storica: dal sublime collettivo del Barocco — uno spazio progettato per produrre meraviglia condivisa secondo codici condivisi — verso una percezione più sfumata e corporea nell’architettura modernista, affidata alla visione personale del progettista piuttosto che a una tradizione grammaticale consolidata.
Un ponte tra fenomenologia e rappresentazione analitica
Il contributo dichiarato dagli autori è duplice: teorico e pratico. Sul piano teorico, il metodo cerca di colmare il divario tra la comprensione fenomenologica dello spazio — tradizionalmente affidata al linguaggio filosofico e alla descrizione soggettiva — e la rappresentazione analitica, misurabile e trasmissibile. Sul piano pratico, il building barcode viene proposto come strumento per progettare con consapevolezza sensoriale, per analizzare sequenze spaziali esistenti e per insegnare architettura includendo la dimensione percettiva corporea.
È opportuno precisare un limite metodologico implicito: la traduzione della percezione multisensoriale in un framework quantitativo comporta necessariamente scelte di astrazione che non sono neutrali. L’abstract non fornisce dettagli sulla validazione empirica del sistema attraverso valutazioni soggettive di utenti reali, né specifica quanti edifici siano stati analizzati o con quale grado di dettaglio.
«Il building barcode si posiziona come strumento per visualizzare, misurare e progettare tenendo presente lo spettro completo della sensazione umana, trasformando il modo in cui l’esperienza architettonica viene rappresentata, analizzata e insegnata.»
Chi ha finanziato lo studio
I metadati della pubblicazione non riportano alcun finanziatore. Questo non significa che lo studio sia stato condotto senza finanziamenti: molte riviste accademiche non espongono questa informazione nei metadati indicizzati. Non è possibile, sulla base dei dati disponibili, identificare soggetti finanziatori né valutarne l’eventuale interesse nella ricerca.
Fonte
Cunningham, Seo (2026). Building barcodes: measuring the multi-sensory dimension of architecture. Archnet-IJAR: International Journal of Architectural Research. DOI: 10.1108/arch-04-2026-0320
Finanziamento: i metadati della pubblicazione non riportano un finanziatore. L’assenza del dato non implica assenza di finanziamento.
Questo articolo sintetizza uno studio peer-reviewed. Tutti i dati riportati provengono dalla pubblicazione originale, consultabile al DOI indicato.
Foto di Pavel Danilyuk su Pexels
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