Quando l’architettura si conosce senza essere vissuta
Nel XXI secolo, la maggior parte delle persone entra in contatto con l’architettura non attraverso la visita diretta, ma attraverso immagini, video, piattaforme digitali e altri strumenti mediali. Questa trasformazione non è neutrale: modifica strutturalmente il modo in cui un edificio viene percepito, compreso e ricordato. È questa la premessa centrale di un recente studio pubblicato sul Journal of Intelligent Decision Making and Information Science a firma di Toka Raid Smaisem, che affronta il tema della percezione mediata dell’architettura attraverso una lente fenomenologica e post-fenomenologica.
L’ipotesi di partenza: un effetto duplice
Lo studio muove da un’ipotesi precisa: le tecnologie mediali esercitano un effetto duplice sulla percezione architettonica. Da un lato possono ampliare l’accesso all’esperienza di un edificio, rendendolo noto a pubblici che non potrebbero raggiungerlo fisicamente. Dall’altro possono limitare e distorcere quella stessa esperienza, introducendo ambiguità, sovrapposizioni simboliche e attribuzioni errate.
L’approccio teorico si colloca nell’ambito della fenomenologia e della post-fenomenologia, discipline che studiano come la tecnologia modifichi il rapporto tra soggetto percipiente e oggetto percepito. In questo quadro, il medium non è un canale trasparente: è un terzo soggetto attivo nella relazione tra chi osserva e ciò che viene osservato.
Il disegno della ricerca: casi comparativi
Sul piano empirico, la ricerca adotta un disegno comparativo basato su quattro coppie di casi, strutturate attorno a due dimensioni analitiche principali:
- Accessibilità temporale, che distingue tra architetture difficilmente accessibili nel tempo (la Città Rotonda di Baghdad e la Baghdad di Rusafa, entrambe non più esistenti nella forma originale) e architetture facilmente accessibili (i monumenti al Milite Ignoto di Baghdad, nella versione precedente e in quella attuale).
- Raggiungibilità spaziale, che distingue tra architetture facilmente raggiungibili fisicamente (Hagia Sophia e la Moschea Blu a Istanbul) e architetture difficilmente raggiungibili (la Cupola della Roccia e la Moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme).
La selezione di questi casi non è casuale: tutti e quattro i gruppi sono stati individuati proprio perché risultano sistematicamente mal identificati nei media. L’analisi si basa su materiali mediali ad ampia circolazione, senza ricorso a esperimenti controllati o questionari somministrati a campioni di utenti. Si tratta quindi di uno studio osservazionale e interpretativo, con i limiti metodologici che questa scelta comporta in termini di generalizzabilità dei risultati.
Cosa emerge dall’analisi
I risultati indicano che la mediazione tecnologica trasforma la percezione architettonica in un processo distribuito, nel quale il significato di un edificio non è ancorato all’oggetto in sé ma viene costruito e ricostruito attraverso strati successivi di rappresentazione mediale. Lo studio identifica una serie di meccanismi ricorrenti che alimentano questa distorsione:
- Ambiguità nella dominanza del nome: un edificio viene identificato con un nome che in realtà appartiene a un altro, o che convive con denominazioni concorrenti.
- Sovrapposizione simbolica: edifici distinti condividono riferimenti culturali, religiosi o storici che i media tendono a fondere piuttosto che distinguere.
- Similarità stilistica: affinità formali tra architetture diverse favoriscono scambi e sostituzioni nelle didascalie e nelle descrizioni.
- Adiacenza spaziale: la vicinanza fisica tra edifici (come nel caso di Hagia Sophia e della Moschea Blu, o della Cupola della Roccia e di Al-Aqsa) genera confusione sistematica nella loro rappresentazione mediale.
- Etichettatura imprecisa: attribuzioni errate che si sedimentano e si replicano nella circolazione dei contenuti digitali.
Il medium come terzo soggetto
La conclusione teorica più rilevante dello studio è che il medium non si limita a trasmettere informazioni su un edificio: ricostruisce attivamente la relazione tra chi percepisce e ciò che viene percepito. Smaisem definisce il media come la «terza entità» che riplasma questa relazione attraverso le dimensioni del tempo, del luogo e del design.
Per i progettisti, questa prospettiva ha implicazioni concrete. In un contesto in cui la rappresentazione mediale di un’opera precede quasi sempre la sua esperienza diretta — e spesso la sostituisce del tutto — la comunicazione dell’architettura non può essere considerata un aspetto secondario della progettazione. La modalità con cui un edificio viene nominato, inquadrato, contestualizzato e diffuso contribuisce a definirne il significato culturale tanto quanto la sua forma fisica.
«Il media è la terza entità che ricostruisce la relazione percipiente-percepito, ridefinendola attraverso le dimensioni di tempo, luogo e design.» — Toka Raid Smaisem
Limiti da considerare
Lo studio si basa su un’analisi qualitativa e interpretativa di materiali mediali selezionati, senza campionamento statistico né verifica sperimentale delle ipotesi. I casi scelti sono geograficamente e culturalmente circoscritti a contesti mediorientali e anatolici. La generalizzazione dei risultati ad altri contesti architettonici e culturali richiederebbe ulteriori indagini con metodologie complementari.
Chi ha finanziato lo studio
I metadati della pubblicazione non riportano alcun finanziatore. Questo non significa che lo studio sia stato condotto senza finanziamenti: molte riviste non espongono questo dato nei metadati. Non è possibile, sulla base delle informazioni disponibili, identificare né escludere la presenza di soggetti finanziatori.
Fonte
Toka Raid Smaisem (2026). Mediated Perception of Architecture: Time, Place, and Design Dimensions as Perceptual Factors. Journal of Intelligent Decision Making and Information Science. DOI: 10.59543/jidmis.v3.1692
Finanziamento: i metadati della pubblicazione non riportano un finanziatore. L’assenza del dato non implica assenza di finanziamento.
Questo articolo sintetizza uno studio peer-reviewed. Tutti i dati riportati provengono dalla pubblicazione originale, consultabile al DOI indicato.
Foto di Blackcurrant Great su Pexels
#biofilia #biophilicdesign #progettazionebiofilica #architetturasostenibile #ricerca #vivigreen

Leave a Reply