Agrivoltaico bifacciale: come i pannelli solari inclinati stanno rivoluzionando l’agricoltura mediterranea

C’è un campo di grano duro in Puglia dove il sole lavora due volte. Non solo scalda la terra e fa crescere le spighe, ma alimenta anche una rete elettrica locale grazie a pannelli fotovoltaici bifacciali montati su strutture rialzate a quattro metri dal suolo. Non si tratta di fantascienza agricola: è agrivoltaico di nuova generazione, e i numeri italiani stanno cominciando a raccontare una storia sorprendente.

Secondo i dati pubblicati dal GSE (Gestore dei Servizi Energetici) nel primo semestre del 2026, la capacità installata di impianti agrivoltaici in Italia ha superato i 1,2 GW, con un incremento del 34% rispetto all’anno precedente. Una crescita trainata soprattutto dal Sud, dove la combinazione di irraggiamento elevato e stress idrico stagionale ha spinto agricoltori e investitori a sperimentare soluzioni ibride sempre più sofisticate.

La vera innovazione non è semplicemente mettere pannelli sopra i campi. I sistemi bifacciali di ultima generazione catturano la radiazione solare sia dalla faccia anteriore che da quella posteriore, sfruttando la luce riflessa dal suolo agricolo. In condizioni di terreno chiaro o sabbioso, il guadagno energetico sul lato posteriore può raggiungere il 25-30% rispetto ai moduli tradizionali. Ma c’è di più: l’ombreggiamento parziale generato dai pannelli riduce l’evapotraspirazione delle colture sottostanti fino al 20%, un vantaggio enorme in contesti mediterranei dove l’acqua è una risorsa sempre più preziosa.

Ricercatori dell’Università di Bologna, in collaborazione con il CNR-IBE, hanno monitorato per tre stagioni consecutive parcelle agrivoltaiche coltivate a pomodoro da industria in Emilia-Romagna. I risultati, pubblicati su Applied Energy nel marzo 2026, mostrano che le colture sotto i pannelli hanno registrato rese sostanzialmente equivalenti a quelle in pieno campo aperto, con un consumo idrico inferiore e una minore incidenza di stress termico nelle ore centrali della giornata. L’impianto produce energia sufficiente ad alimentare circa 400 famiglie per anno sull’area di un singolo ettaro.

Eppure il percorso normativo resta accidentato. Le autorizzazioni paesaggistiche, la classificazione catastale dei terreni e la frammentazione della proprietà fondiaria italiana continuano a rallentare la diffusione su scala. Il Piano Nazionale Agrivoltaico, atteso nella sua versione definitiva entro fine 2026, dovrà sciogliere questi nodi burocratici se vogliamo che questa tecnologia esprima il suo pieno potenziale.

L’agrivoltaico bifacciale non è un compromesso tra energia e cibo: è la prova che il futuro della transizione energetica passa attraverso la terra, non sopra di essa.

Foto di K su Pexels

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