C’è un paradosso silenzioso che si consuma a trenta metri di profondità, al largo delle coste siciliane e della Calabria tirrenica: mentre le temperature superficiali del Mar Mediterraneo hanno superato i 30°C per trenta giorni consecutivi nell’estate 2025 — il record assoluto dall’inizio delle misurazioni sistematiche — alcune colonie di Corallium rubrum e Cladocora caespitosa stanno mostrando una resilienza inattesa che ha catturato l’attenzione della comunità scientifica internazionale.
Il progetto MedRestore, coordinato dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS) di Trieste in collaborazione con il Dipartimento di Biologia dell’Università di Messina, ha identificato nel biennio 2024-2026 quarantadue «genotipologie termoresistenti» di Cladocora caespitosa lungo il canale di Sicilia. Questi individui, sopravvissuti a eventi di bleaching che hanno decimato oltre il 68% delle colonie circostanti, presentano una composizione specifica delle zooxantelle simbionti — le microalghe che conferiscono ai coralli il nutrimento e il colore — capace di tollerare picchi termici fino a 3,2°C oltre la soglia critica media della specie.
La tecnica adottata è nota come coral gardening assistito geneticamente: frammenti prelevati da questi individui resilienti vengono coltivati in vivai sottomarini appesi a strutture metalliche ancorate tra i dieci e i venticinque metri di profondità, poi reimpiantati su substrati rocciosi precedentemente ripuliti da specie aliene invasive come Caulerpa cylindracea, che negli ultimi anni ha colonizzato estesamente i fondali del basso Adriatico e dello Ionio. In diciotto mesi di sperimentazione, il tasso di attecchimento ha raggiunto il 54%, un risultato che supera del 20% le aspettative iniziali del protocollo.
La posta in gioco non è puramente estetica. Le praterie coralline del Mediterraneo costituiscono habitat nursery per oltre 1.200 specie di invertebrati e pesci, molti dei quali rappresentano la base trofica di ecosistemi costieri che sostengono economie locali per un valore stimato in 1,3 miliardi di euro annui tra pesca artigianale e turismo subacqueo. La perdita di questi ecosistemi avrebbe effetti a cascata difficilmente reversibili su scala decennale.
Ciò che rende questa ricerca particolarmente significativa è il cambio di paradigma metodologico: anziché tentare di rallentare il riscaldamento — obiettivo necessario ma insufficiente sul breve termine — si lavora per accelerare la selezione naturale di individui già adattati al nuovo clima. Non è rassegnazione. È biologia evolutiva applicata alla sopravvivenza degli ecosistemi nell’Antropocene.
Il mare non aspetta i nostri convegni: sta già scegliendo chi sopravviverà, e spetta a noi decidere se affiancarlo in quella selezione.
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