La diga che non trattiene nulla: come le centrali idroelettriche ad accumulo pompato stanno diventando le batterie nascoste della rete elettrica italiana

C’è un paradosso silenzioso nel cuore delle Alpi italiane: le stesse infrastrutture idroelettriche costruite tra gli anni Quaranta e Sessanta del Novecento, spesso criticate per il loro impatto ambientale, stanno diventando il componente più strategico della transizione energetica europea. Non come produttori di energia, ma come accumulatori di essa.

Il meccanismo è quello del pompaggio idroelettrico reversibile, o pumped-storage hydropower: nelle ore in cui la rete è satura di elettricità proveniente da fotovoltaico ed eolico — tipicamente tra le undici e le quattordici, quando la domanda è bassa e l’offerta rinnovabile è al picco — l’acqua viene pompata dai bacini inferiori a quelli superiori. Nelle ore serali, quando la domanda sale e il sole è tramontato, l’acqua ridiscende attraverso le turbine e reimmette energia nella rete con un’efficienza round-trip che supera l’80%.

In Italia questo sistema vale già molto più di quanto si pensi: secondo i dati Terna aggiornati al primo semestre 2026, la capacità di stoccaggio idroelettrico per pompaggio installata nel paese ha superato i 7.700 megawatt, rendendoci il quarto paese europeo per questa tecnologia. Ma la cifra più rilevante è un’altra: nei soli mesi di maggio e giugno 2026, il sistema ha assorbito e restituito circa 1,4 terawattora di energia rinnovabile che altrimenti sarebbe stata curtailed, ovvero sprecata per mancanza di destinatari sulla rete.

Il caso più emblematico è quello del complesso Edison di Presenzano, in Campania, recentemente potenziato con nuovi gruppi reversibili da 1.000 megawatt complessivi, capaci di passare dalla modalità pompaggio alla modalità generazione in meno di quattro minuti. Una flessibilità che nessuna centrale a gas di backup può eguagliare, e che nessun parco di batterie al litio della stessa taglia potrebbe replicare a costi comparabili.

L’aspetto meno discusso è quello geografico: l’Italia, grazie alla sua morfologia alpina e appenninica, dispone di un potenziale tecnico di nuovi siti per pompaggio stimato da RSE — Ricerca Sistema Energetico — in oltre 50.000 megawatt, gran parte dei quali non richiederebbe la costruzione di nuovi invasi ma il semplice ammodernamento di coppie di bacini già esistenti.

Non stiamo parlando di una tecnologia del futuro: stiamo parlando di montagne che già conoscono la strada. Il problema non è ingegneristico. È la velocità con cui siamo disposti a riconoscere che le soluzioni migliori a volte le abbiamo costruite settant’anni fa, e abbiamo solo bisogno di imparare a usarle diversamente.

Foto di Ivan Silvester su Pexels

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