La rete invisibile dei funghi nelle foreste italiane: come il «wood wide web» appenninico sta salvando intere comunità arboree dal collasso da siccità

Sotto il manto di foglie secche dei boschi di faggio appenninici esiste un’infrastruttura biologica che nessuna mappa cadastrale ha mai censito. Si tratta delle reti micorriziche — filamenti fungini che collegano radice a radice, albero ad albero — e la scienza del 2025-2026 ha iniziato a documentarne il ruolo non più come curiosità ecologica, ma come meccanismo di resilienza primario di fronte agli stress idrici sempre più frequenti.

Uno studio pubblicato nel marzo 2026 su Nature Ecology & Evolution, con la partecipazione del Dipartimento di Biologia dell’Università di Firenze, ha analizzato 47 plot forestali distribuiti lungo l’Appennino centrale, dal Parco Nazionale della Majella fino all’Appennino tosco-emiliano. I risultati sono inequivocabili: nelle parcelle in cui la densità della rete micorrizica risultava intatta e funzionale, la mortalità degli alberi durante le siccità estreme del triennio 2023-2025 è stata del 63% inferiore rispetto ai boschi frammentati da tagli selettivi o da disturbi antropici ripetuti. Non si tratta di un effetto marginale: si tratta di una soglia di sopravvivenza.

Il meccanismo è oggi meglio compreso di quanto non fosse anche solo cinque anni fa. I funghi del genere Tuber, Cenococcum e Pisolithus — tra i più diffusi negli ecosistemi appenninici — non si limitano ad aumentare la superficie assorbente delle radici. Attraverso le ife trasportano carboidrati dagli individui adulti, fotosinteticamente più attivi, verso le piante giovani in ombra o in stress idrico, in una redistribuzione che ricorda da vicino una logistica alimentare collettiva. Gli alberi, in sostanza, si prestano zuccheri.

Il dato che sorprende di più riguarda la velocità del segnale: traccianti isotopici hanno dimostrato che il carbonio marcato percorre fino a 12 metri di rete fungina in meno di 24 ore durante episodi di stress acuto. Una velocità che impone di ripensare completamente i protocolli di gestione forestale: ogni taglio, ogni compattazione del suolo per il passaggio di macchine, ogni applicazione di fungicidi sistemici non è un intervento puntuale. È un’interruzione di fibra ottica biologica.

L’Italia, con 11,4 milioni di ettari di superficie forestale — il 38% del territorio nazionale — possiede uno degli archivi micorrizici più diversificati d’Europa, particolarmente ricco nelle zone di transizione tra faggeta e querceta mediterrranea. Proteggerlo non richiede nuove tecnologie: richiede di smettere di ignorare ciò che esiste già.

La foresta non è un insieme di alberi. È una conversazione continua, e stiamo ancora imparando a non interromperla.

Foto di Tim Dusenberry su Pexels

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