Il vento che non si vede: come le comunità energetiche delle aree interne italiane stanno riscrivendo la geografia del potere elettrico

C’è un paradosso che poche statistiche riescono a catturare: le aree più ricche di risorse energetiche rinnovabili in Italia — vento, sole, biomassa — coincidono spesso con i territori più poveri in termini di accesso all’energia e di capacità di autofinanziamento locale. Ma qualcosa sta cambiando, e lo sta facendo in modo silenzioso e strutturale.

Nel 2025, il Gestore dei Servizi Energetici ha certificato l’entrata in esercizio di 847 Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) su tutto il territorio nazionale. Di queste, il 34% si concentra nei comuni sotto i 5.000 abitanti delle aree interne — Appennino meridionale, Calabria interna, Basilicata, Alto Molise — luoghi che per decenni hanno esportato energia verso i centri urbani senza trattenere un euro di valore locale.

Il meccanismo cambia radicalmente la geometria economica della transizione. Quando una CER produce energia in eccesso, la quota di incentivo prevista dal decreto MASE del 2023 — fino a 110 euro per megawattora nelle zone montane — resta nel territorio sotto forma di riduzione delle bollette per i membri e fondi comunitari destinati a servizi pubblici locali. A Brancaleone, comune calabrese di 2.300 abitanti, la CER attivata nel marzo 2024 con 42 pannelli fotovoltaici su edifici pubblici ha già generato 18.000 euro di risparmio condiviso nei primi dodici mesi, reinvestiti nel rifacimento della rete idrica comunale.

Ciò che rende questo fenomeno scientificamente interessante non è solo la sua portata sociale, ma il modello di governance distribuita che incorpora. Diversamente dai grandi impianti utility-scale, le CER funzionano su una logica di rete peer-to-peer dove la produzione è modulata dalla domanda reale di un gruppo ristretto e geograficamente coerente di utenti. Questo riduce le perdite di trasmissione — mediamente del 4,7% per ogni 100 km di linea — e abbassa la pressione sulle reti di distribuzione nazionali.

Gli studi del Politecnico di Torino pubblicati a fine 2025 su Energy Research & Social Science mostrano che le CER nelle aree interne hanno un tasso di autoconsumo collettivo superiore al 68%, contro il 41% delle CER urbane — un dato che trasforma radicalmente il calcolo della convenienza e dell’impatto climatico reale.

La transizione energetica non è soltanto una questione di megawatt installati: è una questione di chi li controlla, dove rimane il valore e quali comunità smettono finalmente di essere terminali passivi di un sistema pensato altrove.

Foto di Vladimir Srajber su Pexels

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