Si parla quasi sempre di Apis mellifera, l’ape domestica degli alveari. Ma l’Italia ospita circa 1.000 specie di api selvatiche — osmie, andrene, bombi, alitte — e quasi nessuno le conta, le monitora o le tutela con strumenti specifici. Eppure sono queste specie, spesso solitarie e non sociali, a impollinare fino al 70% delle piante selvatiche nei nostri ecosistemi naturali, svolgendo un servizio ecologico che l’apicoltura convenzionale non può replicare.
Un’analisi pubblicata nel 2024 sul journal «Insect Conservation and Diversity» ha rilevato che le popolazioni di api selvatiche in Europa meridionale sono diminuite mediamente del 34% negli ultimi vent’anni, con picchi del 51% nelle aree agricole intensive della pianura interna italiana. Il dato è tanto più allarmante perché queste specie non hanno «apicoltori» che le proteggano, non producono miele commerciabile, non generano lobby. Semplicemente spariscono, in silenzio.
Il meccanismo della loro scomparsa è più sottile di quanto si pensi. Le api selvatiche sono specialiste: molte specie sono oligolettiche, cioè raccolgono polline da un unico genere botanico. La Andrena florea, per esempio, dipende quasi esclusivamente dal Bryonia, una liana dei margini boschivi. Quando si estirpano le siepi campestri o si semplifica il mosaico vegetale, non si perde solo «vegetazione»: si cancella l’habitat riproduttivo di interi cluster di impollinatori che non si adatteranno a fonti alternative.
La provincia di Trento ha avviato nel 2023 un programma pilota — tra i pochi in Italia — di mappatura delle api selvatiche attraverso citizen science e reti di trappole pan-trap standardizzate. I dati preliminari, presentati al convegno SITE di Bologna nel maggio 2026, mostrano che i corridoi vegetali incolti lungo i torrenti alpini conservano una ricchezza specifica tre volte superiore rispetto ai fondovalle coltivati, anche laddove la distanza tra i due ambienti è inferiore ai 200 metri.
La politica agricola europea continua a misurare la biodiversità degli impollinatori quasi esclusivamente attraverso le colonie di api domestiche, uno strumento proxy grossolano che oscura il vero stato di salute degli ecosistemi. Finché le api selvatiche non entreranno nei sistemi di indicatori ufficiali della PAC, ogni dichiarazione di tutela della biodiversità resterà, nei fatti, una promessa vuota.
Salvare i pronubi selvatici non è un dettaglio naturalistico: è la differenza tra un ecosistema che funziona e uno che regge solo finché qualcuno lo sorregge artificialmente.
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