Giardini che bruciano e rinascono: la pirofilia come nuovo paradigma della progettazione del paesaggio mediterraneo

C’è una parola che i paesaggisti italiani stanno imparando a usare senza paura: pirofilia. Indica la capacità di certe piante di non solo sopravvivere al fuoco, ma di dipendere da esso per riprodursi, germogliare, prosperare. E oggi, mentre gli incendi estivi riscrivono la mappa della vegetazione italiana — con oltre 180.000 ettari bruciati solo nel triennio 2021-2023 secondo i dati EFFIS — questa proprietà biologica sta diventando il fondamento di una nuova disciplina: il fire-adapted landscape design.

Non si tratta di rassegnarsi al fuoco. Si tratta di progettare con esso, esattamente come si progetta con l’acqua, con il vento, con la luce. In Sardegna, Calabria e nella maremma toscana, alcuni studi di paesaggistica stanno abbandonando il modello del giardino mediterraneo classico — quel mix di olivi ornamentali, lavanda e rosmarino disposto in aiuole ordinate — per abbracciare composizioni vegetali ispirate direttamente alla macchia pirolitica. Cistus monspeliensis, Pistacia lentiscus, Arbutus unedo: specie che attivano la germinazione dei semi solo dopo l’esposizione al calore, che rigenerano le radici in poche settimane dopo un incendio, che producono lettiere non accumulative riducendo il carico di combustibile disponibile.

Il caso studio più documentato in Italia è quello del progetto pilota condotto nell’area periurbana di Olbia tra il 2024 e il 2025, dove uno studio di landscape architecture ha riprogettato circa 4,2 ettari di interfaccia urbano-rurale sostituendo pini domestici e eucalipti — entrambi altamente infiammabili — con una matrice vegetale piroresistente a tre strati: geofite bulbose, arbusti a bassa densità legnosa e alberelli con corteccia sughericola. Il risultato misurato dopo il passaggio di un incendio controllato a luglio 2025 ha mostrato una riduzione del 67% nella velocità di propagazione della fiamma rispetto alle aree contigue non trattate.

Il cambio di paradigma è concettuale prima ancora che tecnico. Per decenni la progettazione del paesaggio ha inseguito l’idea di proteggere il verde dal fuoco. Oggi la ricerca ecologica ci dice che è il contrario: dobbiamo progettare paesaggi che usino il fuoco come strumento di rinnovamento, così come lo ha usato la natura mediterranea per diecimila anni. Significa selezionare specie autoctone piroadattate, costruire discontinuità vegetali che interrompano la propagazione, integrare nelle pratiche di manutenzione il controlled burning stagionale già adottato in California, Portogallo e Australia.

Negli ecosistemi che bruciano, sopravvive chi ha imparato a farlo diventare casa propria.

Foto di Simão Moreira su Pexels

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