Il calore del mare che riscalda le città: la talassotermica marina sta rivoluzionando il teleriscaldamento nei porti europei

C’è un’energia silenziosa e inesauribile che scorre a pochi metri dalle banchine dei nostri porti, ignorata per decenni: il calore immagazzinato nelle acque marine superficiali. Si chiama talassotermica, o sea water heat pump, e nei prossimi anni potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui le città costiere italiane si riscaldano e si raffreddano.

Il principio fisico è elementare ma la sua scala applicativa è tutt’altro che banale. Il mare, grazie alla sua enorme massa termica, mantiene temperature relativamente stabili durante tutto l’anno — tra 12°C e 24°C nel Mediterraneo settentrionale — rendendolo un serbatoio termico ideale per le pompe di calore. Estrarre energia da questa riserva richiede una frazione dell’elettricità necessaria ai sistemi tradizionali: il coefficiente di prestazione (COP) delle installazioni marine può raggiungere valori tra 4 e 6, il che significa che per ogni kilowattora elettrico consumato si producono fino a sei kilowattora di calore utile.

Il caso più avanzato in Europa è quello di Copenaghen, dove il sistema Lynetteholm, entrato in fase operativa nel 2024, preleva acqua dal porto a circa otto metri di profondità per alimentare una rete di teleriscaldamento che serve oltre 300.000 abitazioni equivalenti. Il risultato: una riduzione delle emissioni di CO₂ urbane del 23% rispetto alla baseline termica della città, certificata dall’Agenzia danese per l’Energia.

In Italia il potenziale è enorme ma quasi interamente inesplorato. Trieste, Genova, Napoli e Palermo dispongono di condizioni idrogeologiche e infrastrutturali ideali: fondali accessibili, porti industriali già dotati di reti idrauliche e una domanda termica urbana significativa nei mesi invernali. Il Politecnico di Milano ha stimato che le sole città costiere del nord Adriatico potrebbero soddisfare fino al 18% del loro fabbisogno di riscaldamento mediante sistemi talassotermici integrati nella rete portuale esistente.

I vincoli non sono tecnici ma regolatori: le concessioni demaniali marittime e i permessi ambientali per le prese d’acqua marina richiedono iter amministrativi che in Italia durano mediamente 4-7 anni contro i 18 mesi della Danimarca. Un paradosso per un Paese con 8.300 chilometri di coste.

La transizione energetica non ha sempre bisogno di nuove scoperte: a volte basta guardare dove già siamo — e capire che il mare, da sempre al centro della nostra civiltà, potrebbe anche scaldarla.

Foto di sam woodcock su Pexels

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