Idrogeno verde dal mare: come gli elettrolizzatori galleggianti trasformano le piattaforme offshore in fabbriche di energia pulita

C’è un momento preciso in cui una piattaforma offshore smette di essere un simbolo del passato fossile e diventa un laboratorio del futuro energetico. Accade quando i suoi pontili, un tempo carichi di tubazioni petrolifere, ospitano elettrolizzatori alimentati da turbine eoliche, convertendo l’acqua marina direttamente in idrogeno verde. È la frontiera dell’hydrogen offshore, e l’Europa ci sta investendo con una determinazione che l’Italia farebbe bene a non sottovalutare.

Il progetto NortH2, sviluppato nel Mare del Nord tra Paesi Bassi e Norvegia, ha raggiunto nel 2025 una capacità installata di 600 MW dedicati alla produzione di idrogeno verde direttamente in mare aperto, riducendo del 40% le perdite di trasmissione rispetto ai sistemi onshore collegati via cavo. Il principio è elegante nella sua logica sistemica: portare l’elettrolisi dove il vento è più forte e costante, evitare la dispersione nella conversione elettrica a lungo raggio, trasportare direttamente il vettore energetico via pipeline o come ammoniaca liquefatta.

La novità scientifica più rilevante degli ultimi diciotto mesi riguarda però l’elettrolisi marina diretta, ovvero la capacità di alimentare gli elettrolizzatori con acqua salata pretrattata in loco, eliminando la necessità di dissalatori separati. Ricercatori del MIT e dell’Università di Kiel hanno dimostrato che membrane composite a base di polimeri ionomeri resistenti ai cloruri riducono la degradazione catalitica del 73% rispetto alle configurazioni standard, aprendo la strada a impianti con cicli di vita superiori ai vent’anni anche in ambienti marini aggressivi.

Per l’Italia, questo scenario non è futuribile. Il Mediterraneo centrale presenta velocità medie del vento a 100 metri di quota superiori a 9 m/s in vaste aree del Canale di Sicilia e del basso Adriatico, condizioni ottimali per l’eolico offshore galleggiante abbinato alla produzione di idrogeno. Eppure il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza dedica all’idrogeno offshore meno del 3% delle risorse destinate all’intera filiera idrogeno, una proporzione che appare sempre più difficile da giustificare scientificamente.

I porti di Augusta, Taranto e Brindisi sono già stati identificati come potenziali hub di ricezione e distribuzione da studi Enea e RSE pubblicati nel biennio 2024-2025. Le infrastrutture esistono, la tecnologia matura rapidamente, le condizioni meteo-marine sono favorevoli.

Continuare a guardare il Mediterraneo come uno specchio invece che come un motore sarebbe il più costoso degli errori strategici che l’Italia potrebbe commettere nella transizione energetica.

Foto di Stefan Petrov su Pexels

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