Per decenni abbiamo guardato alla biodiversità marina concentrandoci su ciò che era visibile: coralli, cetacei, praterie di posidonia. Ma nelle ultime stagioni di ricerca, qualcosa di radicalmente diverso sta emergendo dagli abissi — letteralmente. Gli ecosistemi dei fondali marini profondi, tra i 200 e i 4.000 metri di profondità, ospitano una rete fungina finora quasi completamente ignorata dalla scienza ufficiale. Un censimento pubblicato nel 2025 sulla rivista *Nature Microbiology* ha identificato oltre 5.600 specie fungine nei sedimenti abissali del Mediterraneo e dell’Oceano Atlantico nord-orientale, il 70% delle quali risulta ancora priva di classificazione tassonomica definitiva.
Questi organismi — definiti dalla comunità scientifica come micobioma abissale — svolgono un ruolo cruciale nella degradazione della materia organica che precipita dagli strati superficiali verso i fondali, un processo noto come «pioggia di carbonio» o marine snow. Senza di essi, i cicli biogeochimici del carbonio e dell’azoto si interromperebbero in modo drammatico, con conseguenze dirette sulla capacità degli oceani di fungere da tampone climatico. Si stima che i fondali marini immagazzinino tra il 20 e il 35% del carbonio organico terrestre: un dato che da solo dovrebbe imporci una riflessione profonda su ciò che stiamo rischiando di perdere prima ancora di averlo compreso.
Il problema è la pressione antropica. La pesca a strascico profonda — ancora legale in alcune zone marittime europee fino a 800 metri di profondità — devasta fisicamente i sedimenti dove queste reti fungine si sviluppano in strutture tridimensionali fragili e lentissime a ricostituirsi. Un singolo passaggio di rete può cancellare comunità micobiali che hanno impiegato secoli a consolidarsi. L’Italia, con il suo specchio di mare tra i più biologically stratified del bacino mediterraneo, ha una responsabilità diretta: le nostre acque profonde nello Ionio e nel Tirreno meridionale sono tra le aree di maggiore concentrazione di specie endemiche non catalogate.
La buona notizia è che la ricerca si sta muovendo. Il progetto europeo DeepFun, coordinato dall’Università di Bari insieme a istituti portoghesi e francesi, ha avviato nel 2026 la prima mappatura sistematica del micobioma del Mediterraneo profondo, con l’obiettivo di fornire entro il 2028 le basi scientifiche per una revisione delle aree marine protette che includa anche i fondali sotto i 200 metri.
Proteggiamo ciò che non vediamo con la stessa urgenza con cui proteggiamo ciò che amiamo: perché la biodiversità più invisibile è spesso quella che tiene in piedi tutto il resto.
Foto di Alfo Medeiros su Pexels
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