Per decenni abbiamo guardato al mare come a uno specchio piatto su cui posare pale eoliche ancorate al fondale. Ma il Mediterraneo, con le sue acque profonde che superano rapidamente i 50 metri dalla costa, ha sempre opposto una resistenza strutturale a quel modello. Ora, grazie alle piattaforme eoliche galleggianti — turbine montate su strutture semisommergibili ancorate al fondale tramite cavi, non strutture rigide — quella resistenza sta cedendo.
I numeri parlano chiaro: secondo l’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili (IRENA), oltre il 80% del potenziale eolico offshore mondiale si trova in acque più profonde di 60 metri, tecnicamente inaccessibili all’eolico fisso tradizionale. Il galleggiante apre letteralmente un nuovo oceano di possibilità.
L’Italia, con i suoi 7.400 chilometri di coste e fondali che sprofondano rapidamente nel Tirreno e nello Ionio, si trova in una posizione geografica che potrebbe trasformarsi da svantaggio storico in vantaggio competitivo. Il progetto Nemo, sviluppato da un consorzio italo-norvegese al largo della Sardegna meridionale, prevede l’installazione entro il 2028 di un parco pilota da 250 MW in acque tra gli 80 e i 150 metri di profondità — un banco di prova cruciale per tecnologie ancora in fase di consolidamento commerciale.
La sfida non è solo ingegneristica. Le piattaforme galleggianti devono resistere a condizioni meteo-marine estreme mantenendo un orientamento ottimale rispetto al vento, richiedono sistemi di ancoraggio innovativi e cavi elettrici sottomarini dinamici capaci di tollerare il movimento continuo della struttura. I costi attuali oscillano tra 4.000 e 6.000 euro per kilowatt installato, il doppio dell’eolico fisso offshore, ma la curva di apprendimento tecnologica è ripida: le stime di settore prevedono una riduzione del 40-50% entro il 2035 grazie alla standardizzazione industriale.
C’è anche una dimensione ecologica da considerare con attenzione. Le prime osservazioni sui parchi pilota già operativi nel Mare del Nord — come Hywind Tampen in Norvegia — suggeriscono che le strutture galleggianti possono fungere da reef artificiali, aumentando la biodiversità marina locale. Un dato incoraggiante, ma che richiede monitoraggi a lungo termine prima di poter essere generalizzato al fragile ecosistema mediterraneo.
La transizione energetica non si gioca soltanto sulle pianure coperte di pannelli solari o sulle colline percorse da turbine. Si gioca anche — e forse soprattutto — lì dove l’acqua è troppo profonda per toccare il fondo, e dove il vento soffia più forte e più costante che mai.
Foto di P Hsuan Wang su Pexels
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