Il dark diversity gap: l’Italia ha perso il 68% delle specie che dovrebbe ospitare e nessuno misura il vuoto invisibile nei suoi ecosistemi

Esiste un concetto che la biologia della conservazione conosce bene ma che fatica a penetrare nel dibattito pubblico italiano: la dark diversity. Non si tratta delle specie già estinte, quelle che piangiamo nei necrologi ecologici. Si tratta delle specie che potrebbero vivere in un dato ecosistema — perché le condizioni climatiche, il suolo e la struttura dell’habitat lo permetterebbero — ma che semplicemente non ci sono più. Un’assenza silenziosa, invisibile, che non fa notizia proprio perché non si vede.

Uno studio pubblicato su Nature Ecology & Evolution nel 2023 ha quantificato questo fenomeno a scala europea con una precisione inedita: analizzando oltre 300.000 dataset floristici e faunistici, i ricercatori hanno stimato che nelle aree mediterranee — tra cui ampie porzioni della penisola italiana — la dark diversity supera mediamente il 68% del pool di specie potenzialmente compatibili con l’habitat locale. Tradotto: per ogni specie presente, quasi due sono assenti pur avendo tutti i presupposti ecologici per esserci.

Il dato cambia radicalmente il modo in cui dovremmo leggere la salute di un ecosistema. Un prato appenninico che ospita 40 specie di piante vascolari può sembrare ricco; ma se la sua dark diversity rivela che ne mancano altre 75 storicamente compatibili, quel prato è in realtà un sistema impoverito che funziona al rallentatore, con reti trofiche spezzate e resilienza prossima allo zero.

In Italia questo approccio è ancora quasi assente dalle politiche di gestione del territorio. Il monitoraggio della biodiversità si concentra sulle specie presenti, mai su quelle mancanti. Eppure la dark diversity offre uno strumento operativo straordinario: indica esattamente dove intervenire, quali specie reintrodurre e in quale sequenza ecologica, trasformando la conservazione da difesa passiva a progetto attivo e misurabile.

Alcuni casi pilota esistono già. Nel Parco Nazionale del Gran Sasso, un gruppo di ricercatori dell’Università dell’Aquila sta mappando la dark diversity degli impollinatori selvatici non sociali — solitari, spesso ignorati rispetto alle api mellifere — scoprendo che il 54% delle specie attese nelle fasce submontane è completamente assente da habitat apparentemente intatti. La causa principale non è la distruzione diretta dell’habitat, ma la frammentazione: i patch residui sono troppo isolati per consentire la dispersione naturale.

Colmare il dark diversity gap non richiede soltanto aree protette più grandi: richiede connettività, matrice territoriale permeabile e una nuova metrica con cui misurare il fallimento ecologico prima che diventi irreversibile.

Un ecosistema non si misura solo da ciò che ospita, ma soprattutto da ciò che ha smesso di poter accogliere.

Foto di Erik_Karits su Pixabay

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