L’Italia paga la luce al prezzo del gas: perché il ritardo sulle rinnovabili ci costa miliardi in bolletta

C’è un numero che dovrebbe far riflettere chiunque paghi una bolletta elettrica in Italia: 89%. È la percentuale di ore in cui, dall’inizio del 2026, è il gas naturale a determinare il prezzo dell’elettricità nel nostro Paese. Un dato che non ha eguali tra i grandi Paesi europei: in Spagna questa quota si ferma al 15%, in Germania al 40%, nei Paesi Bassi al 42%. La Penisola, più di qualsiasi altro grande Stato dell’Unione, paga l’elettricità al prezzo del gas. E ogni fiammata geopolitica sui mercati globali delle materie prime si trasforma, quasi automaticamente, in un salasso in bolletta per famiglie e imprese.

Non è una fatalità geografica. È il frutto di un ritardo strutturale nella transizione energetica. Secondo il Renewable Energy Report 2026 dell’Energy&Strategy Group del Politecnico di Milano, nel 2025 l’Italia ha installato appena 7,2 GW di nuova capacità rinnovabile, in calo del 6% rispetto ai 7,6 GW del 2024. Un risultato ben al di sotto dei 11-12 GW annui che sarebbero necessari per centrare i 131 GW totali previsti dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) entro il 2030. A questo ritmo, l’obiettivo appare già oggi fuori portata.

Eppure le risorse ci sarebbero. L’Unione Europea ha appena approvato un nuovo regime italiano da 23 miliardi di euro per sostenere la costruzione di impianti solari, eolici onshore e idroelettrici, con una capacità aggiuntiva prevista di 37,15 GW — quasi la metà dell’attuale installato nazionale. Il meccanismo scelto è quello dei contratti per differenza bidirezionali, che garantiscono prevedibilità dei ricavi agli operatori e proteggono il sistema nei momenti di prezzi alti. Un segnale inequivocabile che la volontà politica e finanziaria, almeno a livello europeo, non manca.

Allora dove si inceppa la macchina? Il collo di bottiglia è ben noto agli addetti ai lavori: il permitting. La questione autorizzativa continua a rappresentare il principale ostacolo allo sviluppo di nuovi impianti in Italia, un labirinto burocratico che rallenta o blocca progetti già pronti a partire. A questo si sommano i limiti infrastrutturali della rete elettrica, incapace di gestire i picchi di produzione rinnovabile: nei giorni più soleggiati si verificano già situazioni di sovrapproduzione locale con rischio di congestione. La soluzione — sistemi di accumulo energetico su larga scala — è nota, ma l’Italia dispone oggi di soli 18 GWh di capacità di stoccaggio installata, a fronte di un target 2030 fissato oltre gli 80 GWh.

Intanto il conto lo pagano i cittadini. ARERA ha già comunicato un aumento dell’8,1% della bolletta elettrica per i clienti vulnerabili nel secondo trimestre 2026. Un incremento direttamente collegato alla volatilità dei mercati del gas, che a inizio anno ha visto il prezzo TTF balzare da 38 a 54 euro per megawattora in poche settimane. Più rinnovabili in rete significano meno ore in cui il gas fissa il prezzo dell’elettricità, meno volatilità, meno costi scaricati sui consumatori. La transizione energetica non è solo una questione climatica: è una questione di sovranità economica. E ogni mese di ritardo ha un prezzo che paghiamo tutti, puntualmente, in bolletta.

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