C’è un nuovo inquilino indesiderato nelle acque ioniche della Sicilia, e la sua storia racconta qualcosa di più grande di un semplice avvistamento. Il granchio portunide Gonioinfradens giardi — originario del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano — si sta stabilizzando lungo la costa ionica siciliana con una velocità che preoccupa i ricercatori. Dopo il primo esemplare confermato a Portopalo di Capo Passero nel novembre 2025, tra novembre 2025 e gennaio 2026 sono stati documentati altri 11 individui nella stessa area, segnale inequivocabile di una fase di insediamento locale, non più di presenza occasionale. Lo ha certificato uno studio guidato da Francesco Tiralongo dell’Università di Catania, pubblicato sulla rivista scientifica Acta Ichthyologica et Piscatoria.
La dinamica è quella delle cosiddette specie lessepsiane: organismi che entrano nel Mediterraneo dal Mar Rosso attraverso il Canale di Suez, sospinti dal riscaldamento delle acque e dall’intenso traffico marittimo. Un corridoio biologico ormai senza freni. Il Mediterraneo ospita circa il 7% della biodiversità marina mondiale pur rappresentando meno dell’1% della superficie oceanica globale: è un ecosistema straordinariamente ricco e straordinariamente vulnerabile.
Ma il granchio rosso non è un caso isolato — è un sintomo. Secondo un rapporto ISPRA del 2025, in Italia sono presenti oltre 3.800 specie esotiche introdotte, di cui 3.699 ancora presenti nel 2025. Le invasioni biologiche sono oggi riconosciute come una delle cinque principali cause di perdita di biodiversità a livello globale, insieme alla distruzione degli habitat, allo sfruttamento delle risorse, ai cambiamenti climatici e all’inquinamento. E il costo è devastante: secondo l’IPBES, le specie aliene invasive costano al mondo almeno 423 miliardi di dollari ogni anno, un dato quadruplicato ogni decennio a partire dal 1970. In Italia, solo tra il 1990 e il 2020, i costi documentati ammontano a quasi 705 milioni di euro — e si tratta di una stima al ribasso, calcolata su sole 15 specie.
Il meccanismo ecologico è preciso e impietoso: le specie invasive non trovano antagonisti naturali nei nuovi ambienti, si riproducono senza controllo, competono con le specie autoctone per cibo e spazio, e alterano interi equilibri ecosistemici. Man mano che aumentano, le comunità biologiche diventano più simili tra loro in tutto il mondo, impoverendosi: è la cosiddetta omogeneizzazione biotica, uno dei segnali più allarmanti della crisi della biodiversità globale.
La risposta scientifica esiste: il progetto AlienFish, coordinato dallo stesso Tiralongo, coinvolge una ventina di ricercatori in tutta Italia che raccolgono e validano segnalazioni di specie ittiche non autoctone anche grazie alla collaborazione dei pescatori professionisti. È citizen science applicata alla conservazione: i pescatori diventano sentinelle degli ecosistemi, i loro occhi sul mare trasformati in dati scientifici. Comprendere la distribuzione e la velocità di espansione di una specie aliena prima che diventi invasiva è l’unica finestra temporale in cui l’intervento è ancora efficace.
Il caso del granchio rosso ci ricorda una verità scomoda: la perdita di biodiversità non avviene sempre in modo spettacolare. Spesso arriva silenziosa, un individuo alla volta, attraverso una porta che noi stessi abbiamo aperto.
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