Il rumore del silenzio: come l’inquinamento acustico sottomarino sta cancellando la biodiversità dei fondali mediterranei

C’è una crisi silenziosa — paradossalmente rumorosa — che si consuma a decine di metri sotto la superficie del Mar Mediterraneo, lontana dagli occhi e, spesso, dall’agenda politica. L’inquinamento acustico antropogenico negli oceani non è una novità scientifica, ma i dati raccolti negli ultimi due anni lungo le rotte navali del Mediterraneo occidentale stanno ridisegnando la mappa del rischio per la biodiversità marina in modo allarmante.

Uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista Marine Pollution Bulletin ha documentato che il rumore prodotto dal traffico mercantile, dalle attività di prospezione sismica e dalle imbarcazioni da diporto ha raggiunto livelli medi di 130 decibel in alcune aree tra la Sardegna e le Baleari — equivalente, sott’acqua, al rumore di un motore a reazione a pochi metri di distanza. Non si tratta di un fastidio temporaneo: questa pressione acustica cronica altera i pattern di comunicazione di cetacei come il capodoglio e il delfino comune, compromette la capacità dei pesci di individuare predatori e prede, e — aspetto meno noto — disorienta le larve di invertebrati marini che utilizzano i suoni del reef per orientarsi e colonizzare i fondali.

È proprio quest’ultimo punto a rappresentare una scoperta relativamente recente e sottovalutata. Le larve di molluschi, echinodermi e policheti percepiscono il “paesaggio sonoro” del fondale come una bussola biologica. Quando quel paesaggio viene saturato di rumore artificiale, le larve non riescono a individuare i substrati idonei al settlement: il tasso di colonizzazione dei fondali sani si riduce fino al 47%, con effetti a cascata devastanti sull’intera rete trofica bentica.

Nel Santuario Pelagos — l’area marina protetta che abbraccia il Mar Ligure e interessa Italia, Francia e Monaco — i ricercatori del CNR-ISMAR stanno monitorando con idrofoni distribuiti l’evoluzione del paesaggio sonoro marino dal 2022. I risultati preliminari indicano un progressivo aumento della soglia di rumore di fondo, con picchi stagionali legati al traffico estivo che coincidono con i periodi critici di riproduzione di diverse specie protette.

Le soluzioni esistono: rotte navali ottimizzate per aggirare le aree di maggiore sensibilità biologica, limiti di velocità per le imbarcazioni in zone critiche — la riduzione da 14 a 10 nodi abbatte le emissioni acustiche del 66% — e protocolli vincolanti per la prospezione sismica. Ma mancano ancora normative europee cogenti e, soprattutto, manca la consapevolezza che il silenzio del mare non è assenza di vita: è la sua condizione essenziale.

Proteggiamo il Mediterraneo anche imparando ad ascoltare ciò che non dovremmo più sentire.

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