C’è un modo per ascoltare la salute di un ecosistema. Non è una metafora: si chiama ecoacustica, e sta rivoluzionando il modo in cui gli scienziati monitorano la biodiversità nelle foreste tropicali e temperate di tutto il mondo. La scoperta che sta cambiando le carte in tavola è semplice quanto potente — una foresta sana è una foresta rumorosa.
Il concetto alla base è quello di “indice di complessità biotica sonora”: più specie animali, insetti e anfibi abitano un ambiente, più ricco e stratificato è il paesaggio sonoro che producono. Al contrario, una foresta degradata si fa silenziosa in modo inquietante. Ricercatori dell’Università di Exeter, in uno studio pubblicato su *Nature Communications* nel 2023, hanno dimostrato che la qualità acustica di un ecosistema forestale correla con l’80% di accuratezza con il numero effettivo di specie censite tramite metodi tradizionali — con un risparmio di tempo e costi operativi stimato nel 70% rispetto ai rilievi sul campo.
In pratica, bastano microfoni autonomi distribuiti nella foresta, collegati a reti di intelligenza artificiale addestrate al riconoscimento delle specie, per ottenere una fotografia quasi in tempo reale della biodiversità locale. Questa tecnica, già sperimentata nell’Amazzonia brasiliana e nelle foreste del Borneo, sta trovando applicazione anche in Italia.
Nel Parco Nazionale della Sila, in Calabria, un progetto pilota coordinato dall’Università della Calabria e finanziato nell’ambito del PNRR ha posizionato nel 2025 una rete di 34 biosensori acustici distribuiti su oltre 600 ettari di faggeta. I risultati preliminari, presentati a marzo 2026, mostrano una correlazione diretta tra le aree a più alta densità di legno morto — habitat fondamentale per coleotteri saproxilici e picidi — e i picchi di ricchezza sonora registrati. Le zone dove i tagli selettivi degli anni Novanta erano stati più intensi mostrano ancora oggi un “silenzio residuo” statisticamente significativo, un’eco biologica di danni commessi trent’anni fa.
L’importanza di questo approccio va oltre il monitoraggio: permette di identificare le zone prioritarie per gli interventi di rewilding, di valutare l’efficacia delle misure di protezione nel tempo, e di comunicare la perdita di biodiversità in un linguaggio — il suono — immediatamente comprensibile anche ai non addetti ai lavori.
La prossima volta che una foresta tace, non è pace: è un allarme silenzioso che aspetta solo di essere ascoltato.
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