C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel cuore del sistema di riciclo italiano: la raccolta differenziata della plastica avanza, gli impianti lavorano senza sosta, eppure le aziende del settore perdono soldi da tre anni consecutivi. È il paradosso che nessun grafico sulle percentuali di raccolta riesce a raccontare fino in fondo, e che oggi rischia di mandare in crisi uno dei pilastri dell’economia circolare europea.
I numeri parlano chiaro. Secondo il report Assorimap, il comparto italiano del riciclo meccanico della plastica — circa 350 imprese, 10.000 addetti e una capacità installata di 1,8 milioni di tonnellate — registra il terzo anno consecutivo di contrazione del fatturato. Gli utili di settore sono precipitati dai 155 milioni di euro del 2022 ai soli 6 milioni del 2023, con proiezioni che indicano un azzeramento totale a cavallo tra il 2025 e il 2026. La causa è brutalmente semplice: produrre plastica vergine costa meno che riciclarla. Il PET riciclato si aggira tra 1.400 e 1.500 euro a tonnellata; quello vergine importato da Paesi extra-UE può scendere fino a 500 euro. Di fronte a questo abisso di prezzo, le industrie manifatturiere preferiscono il polimero nuovo, lasciando i riciclatori con i magazzini pieni di materia prima seconda invenduta.
Il risultato è paradossale: circa 250 centri di gestione degli imballaggi in plastica attivi sul territorio nazionale si avvicinano ai limiti autorizzati di stoccaggio. Se la saturazione dovesse bloccare il ritiro dei materiali dai Comuni, le conseguenze si propagherebbero lungo tutta la filiera, fino a minacciare la raccolta differenziata stessa — quel sistema che i cittadini italiani hanno costruito con anni di comportamenti virtuosi.
La Commissione Europea ha riconosciuto la crisi a dicembre 2025 con una comunicazione ufficiale (COM/2025/805), annunciando una task force di sorveglianza sulle importazioni attiva per tutto il 2026 e l’introduzione di codici doganali separati per plastica vergine e riciclata — perché oggi, assurdamente, le autorità doganali non riescono nemmeno a distinguere le due. Un passo nella giusta direzione, ma insufficiente nel breve termine. Il Regolamento europeo sugli imballaggi (PPWR), che dal 2030 imporrà quote minime obbligatorie di contenuto riciclato tra il 30% e il 65% per categoria, creerà domanda strutturale — ma siamo nel 2026, e la filiera non può aspettare quattro anni.
In questo vuoto normativo, la Francia ha già mosso un passo concreto: dal 1° gennaio 2026 ha introdotto un sostegno economico modulato per chi utilizza plastica riciclata post-consumo, un modello che l’Italia dovrebbe studiare con urgenza. Le proposte di Assorimap, Utilitalia e Assoambiente — certificati del riciclo, anticipazione degli obblighi di contenuto minimo, contrasto alla concorrenza sleale extra-UE — attendono ancora una risposta politica all’altezza.
Raccogliere bene non basta: senza un mercato che compri ciò che ricicliamo, la differenziata diventa un rito vuoto di significato economico ed ecologico. La circolarità vera inizia quando qualcuno sceglie di pagare il prezzo giusto per la materia rinata.
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