C’è un protagonista silenzioso e sotterraneo che potrebbe vanificare decenni di politiche climatiche globali, eppure fatica a trovare spazio nel dibattito pubblico: il permafrost. Si tratta degli strati di suolo perennemente ghiacciati che coprono circa il 25% delle terre emerse dell’emisfero boreale, concentrati soprattutto in Siberia, Alaska e Canada settentrionale. Dentro di essi è intrappolata una quantità di carbonio che fa tremare i polsi: circa 1.700 miliardi di tonnellate, quasi il doppio di tutto ciò che l’atmosfera terrestre contiene attualmente sotto forma di CO₂.
Il problema è che quel ghiaccio sta cedendo, e lo sta facendo più velocemente di quanto i modelli climatici avessero previsto solo dieci anni fa. Secondo i dati pubblicati nel 2025 dall’Arctic Monitoring and Assessment Programme (AMAP), le temperature del permafrost siberiano sono aumentate mediamente di 0,4°C per decennio dal 1990 ad oggi — una progressione che, in alcune aree della Jacuzia orientale, ha accelerato fino a 0,7°C per decennio nell’ultimo quinquennio.
Quando il permafrost si scongela, i microrganismi del suolo iniziano a decomporre la materia organica millenaria in esso contenuta, rilasciando sia CO₂ che metano, un gas serra con un potere riscaldante 80 volte superiore all’anidride carbonica su un orizzonte di 20 anni. Il fenomeno non è lineare: in alcune zone si manifestano i cosiddetti thermokarst, voragini improvvise che inghiottono interi tratti di foresta boreale in pochi giorni, accelerando in modo esponenziale le emissioni locali.
Un caso studio emblematico è quello del lago Batagaika, nella Russia nordorientale: una depressione larga oggi oltre un chilometro — soprannominata dai locali ‘il portale dell’inferno’ — che si espande mediamente di 10 metri l’anno da quando la deforestazione degli anni ’60 ha innescato il primo disgelo superficiale. I ricercatori dell’Università di Helsinki stimano che solo dall’area circostante questo bacino vengano rilasciate ogni anno circa 5.000 tonnellate di carbonio antico.
La comunità scientifica utilizza il termine ‘feedback positivo’ per descrivere questo meccanismo: il riscaldamento scioglie il permafrost, che rilascia gas serra, che accelerano il riscaldamento, che scioglie altro permafrost. Un circolo che, oltre una certa soglia di temperatura globale, potrebbe diventare autonomo e indipendente dalle azioni umane.
Monitorare, modellare e — dove possibile — sperimentare tecniche di stabilizzazione termica del suolo artico non è più un’opzione scientifica di nicchia: è una priorità climatica urgente. Perché quando la terra inizia a respirare da sola il suo passato, il futuro smette di appartenerci.
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