Permafrost alpino in fusione: quando la montagna perde la sua armatura e le valli pagano il conto

C’è un fenomeno che avanza in silenzio sotto le creste delle Alpi, invisibile agli occhi ma devastante nelle conseguenze: il disgelo del permafrost d’alta quota. Lo strato di suolo permanentemente ghiacciato che funge da scheletro portante per pareti rocciose, morene e versanti instabili si sta ritraendo a una velocità che i glaciologi definiscono senza precedenti nell’era strumentale.

Secondo i dati del programma europeo PermaNET e le rilevazioni più recenti dell’ARPA Valle d’Aosta, aggiornate al 2025, la temperatura del permafrost alpino al di sopra dei 2.500 metri di quota è aumentata mediamente di 0,8°C nell’ultimo decennio. Un valore che può sembrare modesto sulla carta, ma che in termini di stabilità geomeccanica equivale a togliere la malta da un muro portante.

Il caso della parete nord del Grandes Jorasses, monitorata dall’Università di Torino in collaborazione con il Centre de Recherches sur les Écosystèmes d’Altitude di Chamonix, è emblematico. Dal 2018 al 2024 sono stati registrati oltre 140 eventi di crollo di materiale roccioso attribuibili direttamente al disgelo del permafrost interstiziale, per un volume complessivo stimato in circa 2,3 milioni di metri cubi. Non si tratta di frane nel senso tradizionale del termine: sono smottamenti progressivi che minacciano sentieri, rifugi, infrastrutture viarie di fondovalle e, in prospettiva, interi comprensori abitati.

La relazione causale con i cambiamenti climatici è ormai inequivocabile. Le estate sempre più calde penetrano termicamente in profondità nel sottosuolo montano, disgregando legami che resistevano da millenni. Il picco critico si registra tra agosto e settembre, quando l’onda termica stagionale raggiunge gli strati più profondi del permafrost. È proprio in queste finestre temporali che si concentra il 67% degli eventi di instabilità documentati sulle Alpi occidentali italiane negli ultimi quindici anni.

La risposta scientifica e istituzionale esiste, ma è ancora frammentata. Il progetto AlpImpact, finanziato nell’ambito del programma Interreg Alpine Space, sta costruendo una rete di sensori in fibra ottica distribuita lungo i principali massicci a rischio per monitorare in tempo reale le variazioni di temperatura e deformazione della roccia. L’obiettivo è anticipare i crolli con margini di allerta di 48-72 ore.

Ma il monitoraggio, per quanto sofisticato, non può fermare il processo: può solo aiutarci a conviverci con meno danni. La vera sfida è ridurre le emissioni abbastanza rapidamente da rallentare un disgelo che, una volta avviato oltre una certa soglia, diventa autoalimentante.

Le montagne non crollano all’improvviso: crollano dopo decenni di decisioni sbagliate a valle.

Foto di Francesco Ungaro su Pexels

#CambiamentiClimatici #CrisiClimatica #Sostenibilita #ViviGreen #Permafrost #AlpiItalia #DisgeloArtico #RischioGeologico #MonitoraggioClimatico #AlpineClimate #FraneAlpine #ClimaEMontagna