Piantare alberi in città fa bene. Punto. Questo è il mantra che ha guidato decenni di politiche del verde urbano, dal PNRR alle direttive europee. Ma uno studio appena pubblicato su Communications Earth & Environment — la rivista del gruppo Nature — coordinato da ENEA con Università di Milano-Bicocca, CNR e Istituto ACRI-ST di Sophia-Antipolis, introduce una variabile scomoda: la specie conta, e scegliere quella sbagliata può fare più male che bene.
I ricercatori hanno analizzato scenari di piantumazione periurbana in tre città mediterranee — Firenze, Zagabria e Aix-en-Provence — valutando l’impatto su isole di calore, qualità dell’aria, mortalità e costi sanitari. Il risultato più dirompente riguarda gli alberi ad alta emissione di composti organici volatili biogenici (BVOC): questi composti, una volta in atmosfera, reagiscono con altri inquinanti e contribuiscono alla formazione di ozono troposferico e particolato fine (PM2.5). A Firenze, la piantumazione con specie ad alta emissione BVOC comporta un aumento dello 0,80% delle concentrazioni di PM2.5 su scala urbana, contro lo 0,35% delle specie a bassa emissione. Non è un dettaglio trascurabile: lo studio stima che, in assenza di vegetazione periurbana, i costi sanitari legati alla maggiore mortalità potrebbero raggiungere i 560 milioni di euro solo per Firenze.
La buona notizia è che, con la scelta corretta delle specie, le foreste periurbane funzionano davvero come infrastrutture climatiche e sanitarie: a Firenze, la messa a dimora di specie a basse emissioni BVOC comporta una riduzione di 0,9 decessi ogni 100.000 abitanti legati allo stress termico. Un risultato concreto, misurabile, traducibile in politiche pubbliche.
Questa consapevolezza arriva in un momento cruciale per l’Italia. A maggio 2026 uno studio dell’Università Statale di Milano — pubblicato su Restoration Ecology e condotto in collaborazione con Stefano Boeri Architetti, CNR-IBBR e Politecnico di Milano — ha prodotto quattro mappe nazionali per identificare le aree prioritarie di rimboschimento secondo quattro obiettivi: biodiversità, salute, clima e risorse idriche. Le grandi aree urbane come Torino, Roma, Napoli, il corridoio Milano-Brianza e l’asse Venezia-Padova-Treviso emergono come i contesti più critici e al tempo stesso più promettenti. Ma lo studio avverte: le priorità raramente coincidono — le aree ideali per un obiettivo non sono necessariamente le migliori per un altro.
E l’Italia parte da una base fragile: secondo i dati ASviS, in sette anni la dotazione pro capite di verde urbano è cresciuta di appena 1,2 metri quadrati, passando da 31,3 a 32,5 m² per abitante. Nel frattempo, il nuovo D.lgs. 80/2026 — in vigore dal 31 maggio — affida a Comuni, Città metropolitane e Province la responsabilità diretta degli ecosistemi urbani nell’ambito del Regolamento UE sul ripristino della natura.
La lezione è semplice e rivoluzionaria insieme: il verde urbano non si misura in numero di alberi piantati, ma in effetti evitati. Un bosco periurbano progettato con criteri scientifici è un presidio sanitario. Uno progettato a caso è solo una promessa verde che può trasformarsi in un problema respiratorio.
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