C’è acqua nell’aria che respiriamo. Non è una metafora: è una risorsa idrica concreta, misurabile, raccoglibile. E mentre l’Italia continua a fare i conti con siccità ricorrenti e infrastrutture idriche fragili, una tecnologia antica quanto le foreste di alloro delle Canarie sta tornando protagonista in contesti montani e costieri dove le precipitazioni tradizionali non bastano più.
I sistemi di captazione della nebbia — noti nella letteratura scientifica come fog collectors o nebulizzatori passivi — funzionano attraverso reti tridimensionali di fibre sintetiche o naturali che intercettano le goccioline d’acqua sospese nella nebbia, convogliandole per gravità in cisterne di raccolta. Nessuna pompa, nessun consumo energetico, nessuna perforazione del suolo. Solo fisica atmosferica applicata con intelligenza.
I dati più recenti, pubblicati nel 2025 dal gruppo di ricerca dell’Università della Calabria in collaborazione con il CNR-ISAC, mostrano che nelle aree appenniniche calabresi con copertura nebbiosa stagionale superiore a 120 giorni l’anno, un singolo pannello captante da 10 metri quadrati può raccogliere fino a 40 litri d’acqua al giorno durante i picchi di umidità. Scalando l’installazione a livello di piccola comunità — 200-300 abitanti — la tecnologia copre tra il 15 e il 30 percento del fabbisogno idrico domestico nei mesi critici, quelli in cui le falde sono ai minimi storici.
Il caso pilota più avanzato in Italia è attivo dal 2024 nel comune di Brancaleone, in provincia di Reggio Calabria, dove quattro strutture captanti da 25 metri quadrati ciascuna sono state integrate nel sistema idrico municipale. Il progetto, finanziato nell’ambito del PNRR attraverso il fondo per le infrastrutture idriche minori, ha già evitato tre interruzioni del servizio idrico che negli anni precedenti colpivano sistematicamente il borgo tra luglio e settembre.
L’interesse scientifico va oltre la quantità d’acqua raccolta: l’analisi chimica dell’acqua di nebbia appenninica rivela una mineralizzazione naturale che la rende particolarmente adatta all’irrigazione di precisione in agricoltura, con concentrazioni di nitrati quasi nulle e un pH neutro stabile. Una qualità idrica che i pozzi profondi, sempre più sotto pressione salina nelle zone costiere, faticano a garantire.
In un Paese che ha costruito la sua civiltà sull’ingegneria dell’acqua — acquedotti romani, fontane rinascimentali, canali padani — guardare in alto, verso le nuvole basse che avvolgono le creste dell’Appennino, potrebbe essere la prossima grande svolta idrica. L’acqua era già lì. Aspettava solo che qualcuno smettesse di cercarla sottoterra.
Foto di Abdullah K su Pexels
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