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C’è un laboratorio a Eindhoven dove i muri crescono letteralmente nell’oscurità. Non è fantascienza: sono i bioblocchi di micelio, la rete radicale dei funghi, che stanno ridefinendo silenziosamente i parametri dell’edilizia sostenibile a livello globale. E mentre l’Europa del Nord accelera, l’Italia osserva ancora dalla finestra.
Il micelio — la struttura filamentosa sotterranea dei funghi — viene fatto crescere attorno a scarti agricoli come paglia, tutoli di mais o lolla di riso, all’interno di stampi sagomati. In 5-7 giorni produce un materiale rigido, leggero, completamente biodegradabile e sorprendentemente resistente al fuoco. Una volta essiccato e ‘disattivato’ termicamente, il blocco risultante ha una resistenza alla compressione comparabile ai pannelli di fibra di gesso tradizionali, con una massa volumica di circa 50-100 kg/m³ contro i 1.200 kg/m³ del calcestruzzo.
I numeri parlano chiaro: la produzione di cemento Portland è responsabile di circa il 8% delle emissioni globali di CO₂ ogni anno. Un metro cubo di calcestruzzo armato genera mediamente 300-400 kg di CO₂ equivalente. Un metro cubo di pannelli in micelio, invece, è sostanzialmente a carbonio negativo durante la fase di crescita, sequestrando CO₂ attraverso i substrati organici. La differenza non è marginale: è sistemica.
L’azienda olandese Ecovative Design, pioniera del settore, ha già sviluppato linee di produzione semi-industriale. In Scozia, la società Biohm ha ottenuto certificazioni per l’uso del micelio come isolante termoacustico in edilizia residenziale. A Berlino, il progetto ‘MycoTree’ ha dimostrato strutture portanti in micelio compresso capaci di sopportare carichi di oltre 2 tonnellate per metro quadrato.
In Italia, il quadro è frammentato. Alcuni gruppi di ricerca — tra cui laboratori del Politecnico di Milano e della IUAV di Venezia — stanno esplorando le potenzialità del materiale, ma mancano ancora normative specifiche che ne regolino l’uso in ambito edilizio, e gli incentivi del Superbonus e delle sue evoluzioni non contemplano esplicitamente i biomateriali di nuova generazione. Un vuoto legislativo che costa opportunità industriali oltre che ambientali.
Eppure l’Italia possiede un vantaggio competitivo enorme: la produzione agricola genera ogni anno circa 18 milioni di tonnellate di sottoprodotti vegetali che potrebbero diventare il substrato perfetto per questa nuova filiera industriale.
Continuare a costruire con il passato, quando il futuro cresce già nell’ombra di un fungo, è la scelta più irrazionale che l’edilizia italiana possa fare.
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