La schiuma che sparisce nell’acqua: come la dissoluzione selettiva del polistirene espanso sta rivoluzionando il riciclo degli imballaggi ittici nel porto di Ancona

Ogni anno, lungo le banchine dei mercati ittici italiani, si accumulano oltre 28.000 tonnellate di cassette in polistirene espanso (EPS). Leggere, ingombranti, contaminate da residui organici, queste vaschette bianche rappresentano da decenni uno dei grandi nodi irrisolti dell’economia circolare nel settore della pesca. Finora il loro destino era quasi sempre la discarica o, nel migliore dei casi, il termovalorizzatore. Ma dal porto di Ancona arriva una soluzione che riscrive le regole del gioco, sfruttando un principio chimico sorprendentemente semplice: la dissoluzione dell’EPS in solventi organici bio-derivati.

Il progetto, sviluppato in collaborazione tra l’Università Politecnica delle Marche e un consorzio di cooperative ittiche dell’Adriatico centrale, utilizza il d-limonene — un composto terpenico estratto dagli scarti della lavorazione degli agrumi — per liquefare il polistirene senza produrre emissioni tossiche. Il processo è elegante nella sua essenzialità: le cassette vengono immerse in vasche contenenti il solvente, che scioglie il polimero riducendone il volume fino al 98%. Il polistirene disciolto viene poi recuperato per evaporazione controllata del solvente, restituendo granuli di PS vergine-equivalente pronti per essere reimmessi nella filiera manifatturiera, mentre il d-limonene stesso viene recuperato e riutilizzato in ciclo chiuso.

I numeri del progetto pilota, avviato nel marzo 2025 e ora in fase di scale-up industriale, sono già significativi: nelle prime sei settimane operative, l’impianto ha processato 4,7 tonnellate di EPS contaminato, ottenendo un tasso di recupero del polimero puro superiore all’88%. Un risultato che, se esteso ai principali porti adriatici — da Rimini a Bari — potrebbe sottrarre alle discariche italiane una quota rilevante di rifiuti plastici speciali ogni anno.

Ciò che rende questa tecnologia particolarmente interessante non è solo l’efficienza del recupero, ma la sua adattabilità geografica. L’impianto è modulare e containerizzato: può essere installato direttamente sul molo, eliminando i costi e le emissioni legate al trasporto degli ingombranti verso centri di smaltimento distanti. La prossimità tra produzione del rifiuto e punto di trasformazione è essa stessa un atto di politica industriale circolare.

Nel dibattito europeo sulla revisione del regolamento imballaggi — che prevede target vincolanti per il riciclo della plastica rigida entro il 2030 — casi studio come quello anconetano dimostrano che le soluzioni più efficaci nascono spesso dal dialogo tra chimica verde, filiere produttive locali e infrastrutture portuali. Il mare che genera il rifiuto può diventare il contesto in cui quel rifiuto scompare e rinasce.

Foto di Mike van Schoonderwalt su Pexels

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