La rete idrica italiana perde il 42% dell’acqua: stiamo irrigando il sottosuolo invece di dissetare i cittadini

C’è una crisi idrica che non dipende dalla siccità, non dalle nuvole assenti né dai ghiacciai che si sciolgono. Dipende da quello che succede sotto i nostri piedi, dentro tubi dimenticati e condotte vecchie di mezzo secolo. Secondo i dati ISTAT più aggiornati, la rete idrica italiana disperde in media il 42,2% dell’acqua potabile immessa prima che raggiunga i rubinetti dei cittadini. Un dato che in alcune province del Sud supera il 60-70%: Potenza raggiunge il 71%, Chieti il 70,4%, L’Aquila il 69%. Per capire la scala del problema: ogni anno l’Italia perde circa 3,4 miliardi di metri cubi di acqua potabile attraverso rotture e infiltrazioni — un volume sufficiente, secondo le stime, a soddisfare il fabbisogno idrico annuo di oltre 43 milioni di persone.

Il confronto europeo è impietoso. Secondo la Banca Mondiale, le perdite idriche nelle reti dei paesi ad alto reddito si aggirano tra il 10 e il 20%. Francia, Spagna e Regno Unito si attestano attorno al 20-25%. La Germania, tra i più virtuosi, scende al 7%. L’Italia, con il suo 42%, non è nella fascia dei paesi sviluppati: è un’anomalia strutturale che dura da decenni e che, dati alla mano, peggiora lentamente anno dopo anno. Nel 2008 la dispersione si fermava al 32%.

Le cause sono note e gravi: il 60% della rete nazionale è stato posato oltre 30 anni fa, il 25% supera i 50 anni di vita operativa. Il tasso di rinnovo è così lento che, a questo ritmo, occorrerebbero oltre 250 anni per sostituire l’intera infrastruttura. A questo si aggiunge una governance frammentata: in Italia operano oltre 2.500 gestori idrici, con livelli di efficienza profondamente disomogenei. Il caso virtuoso esiste — il Gruppo CAP in Lombardia ha ridotto le proprie perdite al 19% — ma rappresenta l’eccezione, non la regola.

Il PNRR ha stanziato circa 4 miliardi di euro per la riduzione delle perdite idriche, con l’obiettivo dichiarato di abbatterle del 15% entro il 2040. Un passo, ma insufficiente rispetto all’urgenza. Alla Venice Climate Week 2026, il presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile Edo Ronchi ha ribadito che serve un cambio radicale di modello: dall’uso lineare a quello circolare dell’acqua, puntando al riuso irriguo delle acque affinate, alla raccolta delle acque piovane e al rinnovo vero delle reti.

Nel frattempo, il Commissario straordinario nazionale per la scarsità idrica, Fabio Ciciliano, ha sottolineato a giugno 2026 che la gestione dell’acqua non può più essere affidata alla sola stagione delle emergenze. Serve pianificazione strutturale, continua, senza interruzioni politiche.

Fin quando l’Italia perderà quasi la metà dell’acqua che estrae dalla natura prima ancora di offrirla ai cittadini, qualsiasi discorso sulla siccità resterà monco: non possiamo lamentarci della pioggia che non arriva se stiamo irrigando il sottosuolo con quella che abbiamo già.

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