La plastica che torna a essere petrolio: come la pirolisi catalitica degli scarti poliolefinici sta chiudendo il cerchio chimico nelle raffinerie di Mantova

C’è un momento preciso in cui un sacchetto di polietilene smette di essere un rifiuto e torna a essere idrocarburo. Accade a circa 450 gradi Celsius, dentro un reattore catalitico che non brucia, ma decostruisce. È la pirolisi chimica avanzata, e quello che sta accadendo nell’area industriale di Mantova — dove dal 2025 un impianto pilota gestito in partnership tra Versalis e il Consorzio Riciclo Lombardia tratta fino a 8.000 tonnellate annue di scarti poliolefinici misti — è forse il caso più maturo d’Italia di ciò che la chimica chiama “riciclo molecolare”.

A differenza del riciclo meccanico tradizionale, che riduce la plastica in granuli con proprietà degradate ad ogni ciclo, la pirolisi catalitica spezza le catene polimeriche fino ai monomeri originali, producendo un olio pirolitico con composizione chimica paragonabile al nafta vergine. Questo olio rientra direttamente nel cracking delle raffinerie come feedstock secondario, sostituendo fino al 30% del grezzo fossile in determinate frazioni di processo. Il risultato è un circuito chiuso tra industria petrolchimica e raccolta differenziata che, per la prima volta, rende tecnicamente interscambiabili un rifiuto post-consumo e una materia prima estrattiva.

I numeri parlano chiaro: secondo i dati dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale pubblicati nel settembre 2026, in Italia vengono ancora avviati a smaltimento o incenerimento circa 1,4 milioni di tonnellate annue di plastiche miste non riciclabili meccanicamente. La pirolisi catalitica potrebbe intercettare una quota significativa di questo flusso — stimata tra il 20 e il 35% — con una riduzione delle emissioni di CO₂ equivalente calcolata in 2,1 tonnellate per ogni tonnellata di plastica convertita rispetto all’incenerimento con recupero energetico.

Il nodo critico resta la qualità degli scarti in ingresso: la presenza di PVC, metalli e additivi clorurati può avvelenare i catalizzatori zeolitici in poche ore di esercizio. Per questo il progetto mantovano ha integrato una fase di selezione ottica iperspettrale — tecnologia già collaudata in altri contesti industriali — che garantisce una purezza dei poliolefinici in entrata superiore al 94%. Un risultato che trasforma la logistica della raccolta differenziata da semplice obbligo normativo a requisito industriale stringente.

L’economia circolare, troppo spesso evocata come slogan, trova qui una declinazione concreta e misurabile: non si tratta di ridurre i rifiuti in senso generico, ma di reingegnerizzare l’intera filiera chimica affinché il “fine vita” di un polimero coincida con il “nuovo inizio” di un idrocarburo. Quando il confine tra rifiuto e risorsa diventa una questione di temperatura e catalizzatore, il paradigma estrattivo perde la sua inevitabilità.

Foto di Igor Passchier su Pexels

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