C’è un paradosso silenzioso che si consuma ogni giorno lungo le banchine dei porti sardi: le stesse acque che nutrono la flotta peschereccia locale ricevono, in cambio, tonnellate di plastiche miste impossibili da avviare al riciclo meccanico tradizionale. Reti sintetiche in nylon e polipropilene, cassette in EPS, imballaggi multistrato per il pescato — materiali tecnicamente inerti al riciclo convenzionale — finivano fino a poco tempo fa in discarica o, peggio, dispersi in mare per abbandono accidentale.
Da novembre 2025, un consorzio pilota che coinvolge quattro cooperative di pesca di Cagliari e Olbia sta sperimentando un approccio radicalmente diverso: la pirolisi catalitica a bassa temperatura applicata ai rifiuti plastici misti provenienti direttamente dalle uscite in mare. Il processo, sviluppato in collaborazione con il Dipartimento di Ingegneria Chimica dell’Università di Cagliari, utilizza catalizzatori zeolitici per abbassare la temperatura di conversione a circa 380°C — ben al di sotto dei 600°C richiesti dalla pirolisi termica convenzionale — con un rendimento in olio pirolitico superiore al 68% in peso sulla plastica secca processata.
Il risultato è un combustibile idrocarburico che, dopo raffinazione secondaria, soddisfa le specifiche ISO 8217 per i distillati marini a basso tenore di zolfo. Tradotto in pratica: i motori delle stesse imbarcazioni che generano i rifiuti possono essere alimentati con il carburante che da quei rifiuti si ricava, chiudendo un ciclo metabolico di rara coerenza logistica. Nei primi otto mesi di operatività, il consorzio ha processato 47 tonnellate di plastica mista da pesca, sostituendo circa 28.000 litri di gasolio fossile acquistato sul mercato ordinario.
L’aspetto più significativo non è però il risparmio economico immediato — stimato in circa 38.000 euro per il periodo — ma la dimostrazione tecnica che i flussi di rifiuto plastici considerati irrecuperabili possono diventare vettori energetici chiusi all’interno dello stesso settore produttivo che li genera. Non si tratta di scaricare il problema a valle, ma di riassorbire l’entropia là dove nasce.
Il Ministero dell’Ambiente ha incluso il progetto sardo tra i casi studio del Piano Nazionale di Economia Circolare aggiornato a luglio 2026, aprendo la strada a un possibile bando nazionale per la replica del modello nei distretti portuali di Sicilia, Calabria e Campania. Le barriere restano: la raccolta differenziata a bordo è ancora culturalmente ostica, e la certificazione del combustibile prodotto richiede un sistema analitico costoso.
Ma il principio è dimostrato: il mare non deve essere la discarica finale di chi lo sfrutta — può diventare, attraverso la chimica, il motore di una seconda vita.
Foto di B. Aristotlè Guweh Jr su Pexels
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