C’è un’infrastruttura invisibile che attraversa i fondali del Mediterraneo per decine di migliaia di chilometri: i cavi in fibra ottica dismessi, abbandonati sul fondo dopo la dismissione commerciale. Fino a pochi anni fa erano semplicemente rifiuti tecnologici sommersi, troppo costosi da recuperare e troppo complessi da smaltire. Oggi, grazie a una tecnica chiamata DAS — Distributed Acoustic Sensing — quegli stessi cavi stanno diventando reti di monitoraggio climatico di precisione, capaci di misurare temperatura, pressione e persino microtremori sismici lungo ogni singolo metro del loro percorso.
Il principio fisico è elegante: un impulso laser iniettato in fibra ottica retrodiffonde luce in modo leggermente diverso a seconda delle variazioni di temperatura e pressione che incontra lungo il percorso. Analizzando questa retrodiffusione — il cosiddetto effetto Rayleigh — è possibile ricostruire una mappa termica continua del fondale con risoluzione metrica. Nessun sensore puntuale, nessuna boa, nessuna manutenzione in mare aperto.
Nell’Adriatico settentrionale, un progetto pilota coordinato dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste — in collaborazione con l’Università di Bologna e l’operatore Sparkle — ha riconvertito 187 chilometri di fibra ottica dismessa in un termometro continuo dei fondali. I dati raccolti tra il 2024 e il 2026 hanno già rivelato qualcosa di inquietante: le acque di fondo dell’Adriatico settentrionale mostrano un riscaldamento medio di 0,38°C per decennio, un valore doppio rispetto alle stime dei modelli climatici pre-2020, con conseguenze dirette sulla stratificazione termica e sulla disponibilità di ossigeno disciolto per gli ecosistemi bentonici.
La portata geopolitica di questa svolta è considerevole. Riutilizzare infrastrutture già posate significa azzerare i costi ambientali e finanziari della posa ex novo, che per un cavo oceanografico tradizionale supera i 15.000 euro al chilometro. Significa anche democratizzare il monitoraggio: decine di chilometri di fondali oggi privi di dati possono essere coperti semplicemente riattivando fibre che giacciono già sul fondo, in attesa di una seconda vita.
L’Unione Europea ha recentemente incluso questa tecnologia nella roadmap del programma Copernicus per l’oceanografia operativa, aprendo la strada a finanziamenti strutturali entro il 2028. L’Italia, con la sua posizione geografica nel Mediterraneo e la sua rete di cavi dismessi, ha una finestra di opportunità che non si ripresenterà.
A volte la migliore infrastruttura climatica che possiamo costruire è quella che abbiamo già dimenticato sul fondo del mare.
Foto di Jeffry Surianto su Pexels
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