La città spugna che ha salvato Wuhan dall’alluvione: il modello cinese che l’Italia non può più ignorare

C’è un paradosso idrico che attraversa l’Italia da nord a sud: le stesse città che d’estate razionano l’acqua potabile vengono sommerse d’acqua pochi mesi dopo dalle piogge intense. Non è una contraddizione, è il sintomo di un’infrastruttura idrica pensata per espellere l’acqua invece di trattenerla. La risposta più avanzata a questo problema non viene dall’ingegneria tradizionale, ma da un concetto radicalmente diverso: la «sponge city», la città spugna.

Il modello è stato codificato in Cina nel 2013 e applicato su scala reale a Wuhan, città di 11 milioni di abitanti, dopo le devastanti alluvioni del 2016. Il principio è semplice nella filosofia ma complesso nell’esecuzione: invece di costruire fognature sempre più grandi per scaricare rapidamente l’acqua piovana nei fiumi, si progetta il tessuto urbano per assorbirla, filtrarla e rilasciarla lentamente. Pavimentazioni permeabili, tetti verdi, zone umide artificiali, canali di biorifiltrazione e bacini di laminazione distribuiti nel tessuto urbano. A Wuhan, il piano ha interessato oltre 20 km² di superficie urbana e ha ridotto il deflusso superficiale delle piogge intense fino al 70% nelle aree pilota, secondo i dati del Ministero dell’Edilizia e dello Sviluppo Urbano-Rurale cinese pubblicati nel 2024.

Ma la vera svolta concettuale è un’altra: questi sistemi non gestiscono solo l’eccesso d’acqua, la immagazzinano come risorsa. L’acqua piovana catturata viene utilizzata per irrigare parchi, ricaricare la falda freatica urbana e alimentare specchi d’acqua che abbassano la temperatura percepita nelle isole di calore. Un sistema idrologico chiuso dentro la città stessa.

In Italia, l’Autorità di Bacino Distrettuale del Po ha inserito elementi di sponge city nei piani di gestione del rischio alluvioni 2022-2027, ma l’applicazione rimane frammentaria. Torino e Bologna hanno avviato progetti pilota su scala di quartiere, ma manca ancora un quadro normativo nazionale che incentivi i Comuni a rivedere i propri piani regolatori in chiave permeabile. Il confronto con la Cina è impietoso: Pechino ha investito 12 miliardi di dollari tra il 2015 e il 2023 solo per trasformare 30 città pilota.

Il cambiamento climatico non ci chiede di costruire dighe più alte o pompe più potenti. Ci chiede di reimmaginare la città come un ecosistema idrologico. L’acqua non è un nemico da espellere: è una risorsa che stiamo sprecando due volte — quando cade e quando manca.

Foto di Shadman su Pexels

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