Per decenni il vetro ha rappresentato uno dei paradossi più frustranti dell’economia circolare italiana: tecnicamente riciclabile quasi all’infinito, ma di fatto intrappolato in una gerarchia cromatica che ne limita profondamente il recupero. Il vetro verde non diventa bianco. Il vetro ambrato non diventa trasparente. E il vetro misto — quello che arriva dalla raccolta urbana indifferenziata per colore — finisce troppo spesso declassato a materiale da costruzione o, peggio, in discarica. Oggi, però, qualcosa sta cambiando in modo radicale.
Nei laboratori del Centro Ricerche Stazione Sperimentale del Vetro di Murano, in collaborazione con il dipartimento di Ingegneria dei Materiali dell’Università di Pisa, un gruppo di ricercatori ha messo a punto un processo di decolorazione elettrochimica che promette di riscrivere le regole del gioco. La tecnica, applicata al vetro fuso a circa 1.100 gradi Celsius, sfrutta l’applicazione di un campo elettrico modulato per ossidare selettivamente gli ioni cromofori — principalmente ferro, manganese e cromo — responsabili della colorazione indesiderata. Il risultato è un vetro rigenerato con una trasmittanza ottica superiore al 91%, paragonabile a quella del vetro vergine di prima qualità.
I numeri fanno capire la portata del fenomeno. In Italia vengono immesse sul mercato ogni anno circa 2,3 milioni di tonnellate di imballaggi in vetro. Di queste, quasi il 40% sfugge a un riciclo di qualità a causa della contaminazione cromatica. Con il processo elettrochimico sviluppato a Murano, anche partendo da una miscela di vetro tricolore — bianco, verde e ambrato mescolati — è possibile ottenere un materiale omogeneo adatto alla produzione di contenitori alimentari di primo livello, chiudendo un ciclo che finora restava aperto.
Il vantaggio non è solo qualitativo. Il processo riduce il consumo energetico del forno di rifusione del 18% rispetto alla produzione da materia vergine, abbattendo contestualmente le emissioni di CO₂ di circa 0,6 tonnellate per ogni tonnellata di vetro trattato. Un dato che, moltiplicato per le quantità potenzialmente coinvolte, rappresenta un contributo significativo agli obiettivi climatici del settore manifatturiero italiano.
Il distretto pisano del borosilicato, tradizionalmente orientato alla produzione di vetro da laboratorio e farmaceutico, sta valutando l’integrazione della tecnologia per recuperare scarti interni oggi non reimmettibili in linea produttiva. La trattativa con i principali player della grande distribuzione è già avviata.
Nel ciclo della materia, il colore non è un destino: è solo un parametro da correggere.
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