Per decenni il cotone misto — quella miscela di fibre naturali e sintetiche che compone oltre il 60% dei capi d’abbigliamento prodotti in Italia — è stato il grande nemico silenzioso dell’economia circolare nel tessile. Impossibile da riciclare meccanicamente senza degradare entrambe le componenti, finiva sistematicamente in discarica o incenerito. Un vicolo cieco da miliardi di euro e milioni di tonnellate l’anno. Oggi, quella certezza sta cedendo.
Il distretto pratese — primo polo europeo per il riciclo delle fibre tessili con oltre 3.500 aziende attive — ha avviato nel 2025 un consorzio sperimentale con il Politecnico di Milano per testare su scala semi-industriale un processo di separazione idrolitica selettiva. La tecnica sfrutta solventi a base acquosa in condizioni di pressione controllata per dissolvere il cotone in monomeri di glucosio recuperabili, lasciando intatta la struttura del poliestere che viene poi rigranulato. I risultati preliminari pubblicati lo scorso giugno mostrano una resa del 78% di fibra poliestere recuperata con caratteristiche meccaniche sovrapponibili al vergine, e una quota di glucosio fermentabile reimmessa in filiera bio-chimica.
Il dato che colpisce non è solo tecnico. In Italia vengono raccolte circa 185.000 tonnellate annue di indumenti usati attraverso i contenitori stradali, ma appena il 12% viene effettivamente riciclato in nuova fibra. Il resto, dopo la cernita, percorre circuiti opachi verso mercati secondari o termovalorizzatori. La separazione idrolitica potrebbe spostare quella percentuale verso il 40% entro il 2030, secondo le stime del consorzio, a condizione che si risolva il nodo della raccolta differenziata qualitativa: non basta che il capo sia conferito, deve arrivare alla piattaforma con composizione fibrosa certificata.
È qui che entra in gioco un elemento spesso trascurato: l’etichettatura digitale. Dall’ottobre 2026 il regolamento europeo sul passaporto digitale dei prodotti tessili (DPP) impone ai produttori di incorporare nei capi un QR code o tag NFC con la composizione esatta delle fibre, il paese di produzione e le istruzioni di smaltimento. Per il distretto di Prato, che lavora già prevalentemente su filati rigenerati, questa norma rappresenta non un ostacolo ma una leva: finalmente i selezionatori potranno smistare automaticamente i capi compatibili con il processo idrolitico senza analisi manuali, abbattendo i costi di cernita del 35%.
La sfida più grande della transizione circolare non è mai stata la chimica: è sempre stata la logistica dell’informazione. Adesso che anche i vestiti imparano a raccontare cosa sono, forse smetteremo di bruciarli.
Foto di Darren Patterson su Pexels
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