Il tessuto che non finisce in discarica: come la digestione enzimatica del poliestere misto sta aprendo una nuova frontiera nel riciclo tessile a Prato

C’è un paradosso silenzioso al cuore dell’industria della moda: i capi in fibra mista — poliestere e cotone intrecciati — sono tecnicamente iriciclabili con i metodi tradizionali, e rappresentano oltre il 60% degli scarti tessili raccolti in Europa ogni anno. A Prato, distretto tessile tra i più importanti al mondo, questo problema è diventato il punto di partenza di una delle sperimentazioni più promettenti nell’economia circolare applicata al tessile.

Dal 2024, un consorzio di aziende pratesi in collaborazione con il Laboratorio di Chimica Verde dell’Università di Firenze sta testando un processo di idrolisi enzimatica selettiva capace di scindere le fibre di cotone dalla matrice polimerica del poliestere senza degradare quest’ultimo. Il meccanismo si basa sull’azione di cellulasi termofile — enzimi prodotti da ceppi batterici isolati in ambienti geotermali toscani — che attaccano esclusivamente la cellulosa, liberando microfibre di cotone riutilizzabili e lasciando intatta la catena del PET. Il poliestere recuperato mostra, secondo i dati preliminari pubblicati nel settembre 2026, una purezza superiore al 94%, paragonabile a quella del poliestere vergine.

Il dato più rilevante riguarda la scala: ogni tonnellata di tessuto misto trattato produce circa 420 kg di poliestere recuperabile e 310 kg di pasta cellulosica riutilizzabile nella produzione di carta tissue o substrati per imballaggio secondario. Il processo, operato a temperature inferiori a 55°C e senza solventi tossici, riduce le emissioni di CO₂ legate al riciclo del 78% rispetto alla pirolisi convenzionale applicata ai polimeri misti.

L’impatto economico non è trascurabile: il distretto pratese genera annualmente circa 15.000 tonnellate di scarti in fibra mista, una quota significativa delle quali finisce oggi in co-combustione o in discariche estere. Se il processo enzimatico raggiungesse la scala industriale entro il 2028 — obiettivo dichiarato dal consorzio — si potrebbe intercettare fino al 40% di questo flusso, creando un circuito chiuso tra manifattura tessile, chimica industriale e cartiera.

Quello che rende questa storia particolarmente significativa è la triplice circolarità: la materia prima del processo (gli enzimi) è di origine biologica e locale, il prodotto principale (il PET) rientra nella stessa filiera tessile, e il sottoprodotto (la cellulosa) alimenta un settore manifatturiero completamente diverso. Non è riciclo inteso come declassamento della materia, ma come sua reinvenzione molecolare.

In un’epoca in cui l’Europa si prepara a rendere obbligatoria la raccolta differenziata dei tessili in tutti gli Stati membri entro il 2025, Prato dimostra che il limite tecnologico può diventare il motore di una nuova economia.

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