Ogni anno in Italia vengono smaltiti in discarica o inceneriti circa 175.000 tonnellate di scarti tessili post-consumo che non trovano sbocco nei circuiti tradizionali del riciclo. Filati sintetici misti, tessuti non separabili, capi tecnici degradati: materiali che la chimica del riciclo convenzionale non riesce ancora a processare in modo economicamente sostenibile. Eppure, da qualche mese, una parte di questo flusso fantasma sta letteralmente finendo sotto i pneumatici degli automobilisti italiani.
Il Politecnico di Torino, in collaborazione con un consorzio di aziende stradali piemontesi, ha completato nel maggio 2026 la prima sperimentazione su larga scala di un conglomerato bituminoso modificato con fibre tessili riciclate, ottenute dalla triturazione meccanica di capi in poliestere e nylon misto non riciclabili per via tradizionale. Il tratto pilota — 2,3 chilometri sulla provinciale che collega Chivasso a Montanaro — ha mostrato, nei test preliminari a sei mesi, una resistenza alla fatica da traffico pesante superiore del 18% rispetto al manto bituminoso standard, con una riduzione delle microplastiche libere nel percolato superficiale del 34%, grazie all’incorporazione fisica delle fibre nella matrice bituminosa anziché alla loro dispersione ambientale.
Il meccanismo è più semplice di quanto sembri: le fibre tessili, ridotte in lunghezze comprese tra 6 e 12 millimetri, agiscono come armatura distribuita all’interno del bitume, aumentandone la coesione e riducendo la propagazione delle cricche sotto carico ciclico. Non è una tecnologia del tutto nuova — varianti con fibre di vetro o cellulosa esistono da anni — ma l’uso sistematico di scarti tessili post-consumo misti, compresi i tessuti non separabili che normalmente non hanno filiera di recupero, rappresenta un salto qualitativo nell’approccio all’economia circolare applicata alle infrastrutture.
L’aspetto forse più rilevante è sistemico: per ogni chilometro di strada a doppia corsia realizzato con questa miscela, si recuperano circa 800 chilogrammi di scarti tessili altrimenti destinati a incenerimento. In un paese con 500.000 chilometri di rete stradale, la scalabilità potenziale è difficile persino da calcolare senza che la mente si vertigini.
Il progetto è ora al vaglio del Ministero delle Infrastrutture per l’inserimento nelle specifiche tecniche delle prossime gare d’appalto per la manutenzione stradale ordinaria. Se l’iter burocratico reggesse i tempi previsti — ipotesi ottimistica, in Italia — le prime specifiche potrebbero essere operative entro il 2028.
Forse la strada più circolare è proprio quella che calpestiamo senza saperlo.
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