Lungo il litorale del Sinis, nella Sardegna occidentale, migliaia di ettari di saline dismesse giacciono in uno stato di abbandono produttivo che, paradossalmente, si sta rivelando una delle più promettenti opportunità di sequestro di carbonio blu nel Mediterraneo. Un fenomeno silenzioso, studiato negli ultimi tre anni dal team di ecologia costiera dell’Università di Cagliari in collaborazione con il CNR-IRET, che sta riscrivendo il valore ecologico di infrastrutture considerate a lungo relitti dell’economia estrattiva.
Le saline abbandonate, quando sottoposte a reidratazione controllata attraverso la riapertura parziale delle chiuse di colmata, sviluppano spontaneamente comunità alofite — vegetazione adattata all’alta salinità — dominate da specie come Salicornia europaea, Arthrocnemum macrostachyum e Spartina maritima. Queste piante pioniere non si limitano a colonizzare i bacini asciutti: accumulano materia organica nei sedimenti anossici sottostanti a una velocità che i ricercatori cagliaritani hanno misurato in 2,3 tonnellate di carbonio organico per ettaro all’anno, un tasso paragonabile a quello delle foreste di mangrovie tropicali e circa quattro volte superiore a quello delle praterie terrestri temperate.
Il meccanismo è elegante nella sua semplicità: l’anossìa dei sedimenti salini rallenta drasticamente la decomposizione microbica della sostanza organica, intrappolando il carbonio in strati profondi che possono restare stabili per secoli. Le saline del Sinis, con una superficie potenzialmente recuperabile di circa 3.800 ettari tra Sale Porcus e Cabras, potrebbero quindi trasformarsi in un sink di carbonio certificabile nell’ambito dei mercati volontari del carbone, offrendo alle amministrazioni locali una fonte di finanziamento per la gestione ambientale a lungo termine.
Ma il valore non si esaurisce nel carbonio. La reidratazione progressiva dei bacini sta favorendo il ritorno di specie ornitologiche come il fenicottero rosa (Phoenicopterus roseus) e il cavaliere d’Italia (Himantopus himantopus), con censimenti che nel 2025 hanno registrato colonie nidificanti aumentate del 34% rispetto al 2022. La biodiversità genera ecoturismo, l’ecoturismo genera reddito, il reddito finanzia la gestione: un circuito virtuoso che dimostra come sviluppo sostenibile non significhi rinunciare all’economia, ma ridisegnarne la grammatica.
La vera sfida non è tecnica: è politica. Occorre che le normative regionali riconoscano le saline reidratate come ecosistemi di interesse collettivo e non come aree edificabili in attesa di destinazione. Perché un bacino salino che respira vale molto di più di un parcheggio che non respira affatto.
Foto di Cristiano Beltrami su Pexels
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