Il sale che disegna il futuro: come le saline abbandonate del Mediterraneo italiano stanno diventando laboratori viventi di biodiversità e stoccaggio di carbonio blu

Lungo le coste siciliane e sarde giacciono oltre 4.200 ettari di saline dismesse, ex infrastrutture industriali che l’economia globale ha reso obsolete in pochi decenni. Per anni, queste distese bianche e silenziose sono state percepite come cicatrici paesaggistiche. Oggi, una convergenza inaspettata tra ecologia costiera, climatologia e politica europea le sta trasformando in uno degli strumenti più promettenti della strategia italiana per il carbonio blu.

Il meccanismo è elegante nella sua semplicità. Le vasche delle saline, quando reintegrate con flussi idrici salmastri controllati, ricostituiscono ambienti di transizione — chiamati tecnicamente wetland alofile — che ospitano comunità di fanerogame marine, alghe bentoniche e biofilm microbici capaci di sequestrare carbonio organico nei sedimenti a una velocità fino a cinquanta volte superiore rispetto alle foreste terrestri per unità di superficie. Uno studio pubblicato nel 2025 dal CNR-IRBIM di Ancona ha stimato che il ripristino integrale delle saline abbandonate lungo le coste italiane potrebbe sottrarre all’atmosfera fino a 280.000 tonnellate di CO₂ equivalente all’anno entro il 2035, senza un singolo metro cubo di cemento nuovo.

Ma il dato più sorprendente riguarda la biodiversità. Le saline di Priolo Gargallo, in provincia di Siracusa, riqualificate attraverso un progetto pilota coordinato tra il Ministero dell’Ambiente e la Riserva Naturale Orientata, hanno registrato nel primo anno post-ripristino il ritorno di dodici specie di uccelli limicoli assenti dalla zona da oltre trent’anni, tra cui il cavaliere d’Italia e il fenicottero rosa in colonie stabili. Gli ecosistemi alofiti, con la loro salinità graduata, funzionano come filtri biologici naturali per i nitrati agricoli che altrimenti raggiungerebbero il mare aperto, riducendo i fenomeni di eutrofizzazione costiera.

L’Unione Europea, attraverso il regolamento LULUCF aggiornato nel 2024, ha finalmente incluso le wetland costiere nei conteggi ufficiali di sequestro del carbonio ammissibili per gli obiettivi nazionali al 2030. Questo significa che ogni ettaro di salina ripristinata diventa un asset contabile reale per l’Italia, non solo un gesto simbolico verso la natura.

La sfida ora è superare la frammentazione proprietaria: il 63% delle saline abbandonate italiane è suddiviso tra demanio regionale, comune e privati, rendendo la gestione integrata un labirinto burocratico prima ancora che tecnico.

Se l’Italia saprà trasformare questa complessità in governance condivisa, le sue saline dimenticate potrebbero diventare la risposta climatica più antica e più moderna al tempo stesso: ecosistemi che lavorano mentre noi ancora discutiamo.

Foto di Janeth Charris su Pexels

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