Il polimero che si mangia da solo: come i batteri ingegnerizzati dell’Università di Torino stanno degradando il PET in 48 ore e riscrivendo le regole del riciclo chimico

Per decenni abbiamo creduto che il futuro del riciclo plastiche passasse esclusivamente attraverso forni, solventi e temperature industriali capaci di spezzare le catene polimeriche. Un gruppo di ricerca del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’Università di Torino sta dimostrando che la natura, opportunamente istruita, fa lo stesso lavoro in modo più preciso, più pulito e a una frazione del costo energetico.

Il protagonista si chiama Ideonella sakaiensis, un batterio isolato per la prima volta nel 2016 da uno scarico industriale giapponese di Osaka, capace di utilizzare il polietilentereftalato — il PET delle bottiglie — come unica fonte di carbonio. Il team torinese, in collaborazione con il Politecnico di Milano, ha modificato geneticamente il ceppo originale potenziandone l’enzima chiave, la PETasi, attraverso tecniche di directed evolution. Il risultato sperimentale, pubblicato in giugno su Nature Chemical Biology, è sorprendente: nelle condizioni ottimali di laboratorio, il consorzio batterico riesce a depolimerizzare completamente un film di PET da 200 micron in 48 ore, producendo acido tereftalico e monoetilen glicole puri al 97% — gli stessi monomeri di partenza, pronti per essere riassemblati in plastica vergine di qualità identica all’originale.

Il dato che colpisce di più riguarda la resa energetica: il processo biologico consuma circa 0,8 MJ per chilogrammo di PET trattato, contro i 15-20 MJ richiesti dalla pirolisi termica convenzionale. Un risparmio energetico nell’ordine del 94% che, scalato alla produzione nazionale italiana di circa 900.000 tonnellate annue di rifiuti plastici rigidi, rappresenterebbe una riduzione di emissioni di CO₂ equivalente a togliere dalla strada quasi 400.000 automobili per un anno intero.

La strada verso l’applicazione industriale non è però priva di ostacoli. Il batterio lavora in modo ottimale tra i 30 e i 37 gradi Celsius, su superfici pulite e prive di additivi chimici come plastificanti e coloranti, che rimangono il vero tallone d’Achille del processo. Il consorzio torinese sta ora lavorando su ceppi tolleranti agli interferenti chimici più comuni, puntando a un prototipo di bioreattore pilota entro il 2027, in partnership con una media impresa lombarda specializzata nel trattamento degli imballaggi post-consumo.

L’economia circolare ha sempre cercato un ciclo chiuso perfetto: materia che torna materia, senza perdite di qualità. Forse il cerchio lo chiuderà un batterio che nessuno aveva mai preso sul serio.

Foto di Polina Tankilevitch su Pexels

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