C’è un paradosso tutto italiano che poche persone conoscono: ogni anno il nostro Paese genera circa 350.000 tonnellate di pneumatici fuori uso (PFU), una montagna di gomma che per decenni ha rappresentato uno dei rifiuti speciali più difficili da gestire. Eppure oggi, in alcuni quartieri periferici di Torino, quella stessa gomma sta letteralmente silenziando il traffico urbano grazie a una tecnologia di riuso che fonde economia circolare e ingegneria acustica in modo sorprendente.
Si chiama asfalto gommato, o più tecnicamente conglomerato bituminoso modificato con polverino di gomma (PMB-CR), e la sua logica è tanto semplice quanto rivoluzionaria: il granulato ottenuto dalla triturazione criogenica dei PFU — un processo che porta il pneumatico a temperature di circa -80°C per renderlo frantumabile senza dispersione di polveri — viene incorporato nel bitume in percentuali comprese tra il 15 e il 22% in peso, modificandone profondamente la struttura fisico-chimica.
Il risultato è un manto stradale che assorbe le vibrazioni acustiche generate dal rotolamento degli pneumatici con un’efficienza superiore del 3-5 decibel rispetto all’asfalto tradizionale, un valore che in termini percettivi equivale a dimezzare il rumore soggettivo per i residenti. Nel quartiere Mirafiori Sud, dove il Comune di Torino ha sperimentato questa tecnica su un tratto pilota di via Giordani nel 2025, le misurazioni fonometriche condotte dall’ARPA Piemonte hanno certificato una riduzione media di 4,2 dB(A) nelle ore notturne, con significativi benefici per oltre 8.400 residenti esposti a livelli di rumore superiori ai limiti di legge.
Ma il dato che rende davvero straordinaria questa soluzione è la sua duplice valenza circolare: ogni chilometro di corsia asfaltata con PMB-CR consuma circa 4.000 pneumatici fuori uso che altrimenti richiederebbero trattamenti energivori o destinazione in impianti di recupero energetico. Torino, con il suo piano triennale di rifacimento della pavimentazione nelle zone ZTL periferiche, stima di sottrarre al circuito dei rifiuti speciali oltre 180.000 PFU entro il 2027.
La tecnologia non è nuova in assoluto — Portogallo e Spagna la utilizzano su larga scala da oltre un decennio — ma la sua adozione sistematica in Italia è ancora frammentaria, rallentata da capitolati tecnici obsoleti e da una filiera del recupero PFU che fatica a strutturarsi a scala regionale. Il caso torinese dimostra che quando pubblica amministrazione, gestori stradali e impianti di triturazione dialogano in modo integrato, la città che inquina diventa la città che ripara.
Un pneumatico non muore sulla strada: sulla strada, può anche rinascere.
Foto di Alfo Medeiros su Pexels
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