C’è una bomba silenziosa sepolta sotto i suoli ghiacciati della Siberia, dell’Alaska e del Canada settentrionale, e il riscaldamento globale ne sta innescando il timer con una precisione che i climatologi stentano ancora a quantificare con certezza. Si tratta del mercurio fossile, intrappolato nel permafrost da decine di migliaia di anni durante l’ultima era glaciale, e oggi in progressiva liberazione nell’ambiente man mano che il suolo si scongela.
Uno studio pubblicato su Nature Geoscience ha stimato che il permafrost dell’emisfero nord contenga circa 793 gigagrammi di mercurio, una quantità pari al doppio di tutto il mercurio presente nell’oceano globale, nell’atmosfera e negli altri suoli terrestri messi insieme. Non si tratta di inquinamento industriale recente, ma di depositi naturali accumulati durante millenni di sedimentazione organica, ora esposti alla disgregazione termica.
Il problema è duplice. Primo: con ogni grado di riscaldamento medio globale, le zone di permafrost in fase di disgelo si espandono geometricamente — le proiezioni indicano che entro il 2100, in uno scenario di emissioni elevate, fino al 40% del permafrost superficiale potrebbe scomparire. Secondo: il mercurio rilasciato entra nei sistemi fluviali artici, subisce metilazione batterica diventando metilmercurio — la forma altamente tossica che si bioaccumula nelle catene alimentari acquatiche — e raggiunge popolazioni indigene e fauna marina a migliaia di chilometri di distanza.
I monitoraggi condotti tra il 2021 e il 2024 sui fiumi dell’Alaska hanno già rilevato concentrazioni di metilmercurio nei pesci d’acqua dolce superiori del 32% rispetto ai baseline storici degli anni Novanta. Le comunità Yupik, che dipendono dal salmone come fonte proteica primaria, sono oggi in prima linea di questa crisi biochimica silenziosa.
L’aspetto più preoccupante dal punto di vista scientifico è strutturale: i modelli climatici integrati utilizzati dall’IPCC incorporano i feedback del permafrost per la CO₂ e il metano, ma il ciclo del mercurio ne è quasi completamente assente. Significa che le nostre proiezioni di rischio ambientale cumulativo restano sistematicamente sottostimate.
L’Italia, in apparenza lontana dal problema, importa pesce artico e partecipa ai flussi atmosferici globali che trasportano mercurio volatilizzato ben oltre i circoli polari. La crisi climatica non ha confini geografici, e i suoi veleni più antichi stanno appena iniziando il loro viaggio verso di noi.
Foto di Lars H Knudsen su Pexels
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